MILDENBERG (Brandeburgo) – Tutti dicono che per capire l’anima del Chaos Communication Camp, il campeggio hacker più grande d’Europa, bisogna aspettare la notte. “Non avere pretese, ma guardarsi intorno, e restare svegli il più a lungo possibile”, suggerisce Lars, 41 anni, ricercatore di sicurezza informatica e uno dei tanti volontari coinvolti nell’organizzazione dell’evento. Poi la notte, con le sue luci stroboscopiche e mesmerizzanti, arriva. Il volume della musica si alza e quando la comunità “aperta a ogni forma di vita” inizia a ballare, scrollandosi di dosso il torpore quotidiano, capisci. 


Nella Woodstock degli hacker: musica, amore e tecnopolitica

È la notte “quando tutti i colori sono uguali, e io sono uguale agli altri”, come diceva Bob Marley, il soul di questo camp che come motto ha adottato la battuta di un film di fantascienza degli anni Ottanta: “Be excellent to each other”, siate eccellenti gli uni con gli altri. Non solo gli hacker, qui tutti possono sentirsi a casa, senza distinzioni di sesso, età, luogo di nascita o estrazione sociale, e tutti possono danzare a ritmo di techno fino all’arrivo dell’alba. Le note si propagano ovunque partendo dalle decine di capannelli di fianco alle tende, dalla discoteca battezzata Chemistry, o dalla Singularity City, al cui centro svetta un mini-razzo. Non è un caso che il raduno si sia guadagnato sin dall’esordio l’appellativo di Woodstock degli hacker. Una definizione che non dispiace a Tim Pritlove, l’ideatore dell’evento organizzato con cadenza quadriennale in Germania: “A differenza di Woodstock, dietro il Chaos Communication Camp c’è una grande preparazione”, racconta Pritlove a Repubblica. “Ma dall’inizio è stato chiaro che non si sarebbe trattato solo di sicurezza informatica. L’idea era di offrire uno spazio in cui ognuno potesse esprimere liberamente la propria creatività e mettere a disposizione le proprie competenze. Indipendentemente dal settore, che può essere tecnologico come artistico. Ecco perché il campo è così diverso e colorato”. 

Il debutto nel 1999 quando hanno partecipato in mille e “ci si esaltava se si incontrava una ragazza”. Nel tempo la presenza femminile è diventata sempre più marcata (anche se le quote rosa sono ancora in minoranza), sono arrivati i bambini, ed è cresciuta l’attenzione per i diritti LGBTQ+ come dimostrano le parate in cui ci si imbatte camminando per il campeggio. Quest’anno a invadere il Mildenberg Brick Work Park, un’ex fabbrica di mattoni oggi diventata museo, sono stati in cinquemila. Sono arrivati per lo più dalla Germania e dai paesi europei, anche se non mancano gli ospiti internazionali. Hanno messo su impianto elettrico e connessione wi-fi in tempi record e montato le tende andando a costituire dei microcosmi senza frontiere a seconda della nazionalità e degli interessi condivisi: si parte dal consolato scozzese, si passa dal villaggio delle libertà, dove si incontrano i tecno-attivisti, e poi ci si perde a Milliways, il ristorante alla fine dell’Universo immaginato da Douglas Adams. Un villaggio globale che visto dall’alto, attraverso i veli di polvere e i riverberi del sole, ha un che di marziano. 


Nella Woodstock degli hacker: musica, amore e tecnopolitica

La giornata inizia nel primo pomeriggio e la prima cosa da fare è ritirare il badge: uno smartwatch dotato di molti sensori che ognuno deve montare da sé andando in degli appositi stand. La tecnologia, la curiosità per come funzionano le cose, e la voglia di sperimentare “sono un collante”, dice Samantha Payne, fondatrice di Open Bionics, un’azienda che sviluppa arti bionici. È la prima volta che partecipa al raduno e ha deciso di organizzare un workshop in cui ci si può costruire un pollice extra fatto di plastica: hanno partecipato in cinquanta, curiosi di sperimentare. “Segno che nel domani la tecnologia sarà sempre più integrata al nostro corpo”. Mentre Meg, che viene dal Giappone, ha messo a punto una keyboard con i tasti disposti anche sopra le nocche “per chi ha le mani piccole”. Vie hacker alla creatività. Ma il tratto distintivo del Chaos Communication Camp è la connotazione politica, “che si è fatta più forte in risposta alla crescita dei movimenti di estrema destra”, spiega Pritlove. Lo conferma la bandiera dell’azione antifascista issata sulla vecchia ciminiera che sovrasta il campeggio, le bandiere arcobaleno tra le tende, i manifesti per il Global Climate Strike (la grande manifestazione per il clima prevista dal 20 al 27 settembre), i volantini pro Julian Assange e Chelsea Manning. L’impronta politica si riconosce anche nelle discussioni in cui i partecipanti al camp si impegnano durante il giorno. 


Nella Woodstock degli hacker: musica, amore e tecnopolitica

Tim Pritlove, l’ideatore del Chaos Communication Camp

C’è, per esempio, chi dibatte a gambe incrociate dei modi in cui rendere i prossimi eventi più ecosostenibili proponendo cannucce di plastica, pannelli solari, e sticker ecologici. Anche se a farla da padrona è, ovviamente, l’impatto che la tecnologia ha sulla società. Si parla dei nuovi strumenti di sorveglianza che erodono il diritto alla privacy, delle conseguenze che una Internet dominata da poche compagnie ha sulla vita quotidiana. Si promuovono i tentativi di decentralizzare la Rete, le iniziative come Freifunk (la rete mesh tedesca), o gli strumenti per proteggere l’anonimato online come Tor. “Nessuno conosce la realtà in cui viviamo, ed è capace di anticiparne il futuro, meglio delle persone che incontrerai qui”, avverte Pritlove quando d’improvviso la nostra chiacchierata è interrotta da un altoparlante che annuncia una festa all’ambasciata italiana. L’appuntamento è alle 22, ed è subito sera.

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Carlo Verdelli
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