SAN FRANCISCO – Ci si accorge subito che qualcosa è cambiato: al primo tentativo di accedere a Nextdoor il sistema risponde: non è possibile, perché l’utente non si trova nel quartiere dove dice di vivere. È una complicazione voluta, ma è notevole perché sembra smentire il fuoco sacro della velocità su cui la Silicon Valley ha costruito l’ambiente digitale. È un social diverso, dove non trovi, per semplificare, gli amici del liceo (Facebook), i politici che litigano (Twitter) o influencer bellissimi (Instagram). Su Nextdoor ci sono tutti quegli sconosciuti che però vivono a pochi passi da te, e per questo il social del quartiere vuole prima sapere se davvero vivi a Trastevere. Non basta dire Roma: per capirlo usa la geolocalizzazione, una cartolina postale o il telefono fisso.

La piattaforma, lanciata nel 2011, è presente in più di 230 mila quartieri in giro per il mondo: copre tutti gli Stati Uniti, molti dei quartieri nel Regno Unito, e sta crescendo anche in Francia, Olanda e Italia, dove ha già più di duemila aree. A maggio ha ottenuto un nuovo finanziamento da 123 milioni di dollari, che porta la valorizzazione a 2 miliardi di dollari. Nel quartier generale di San Francisco, su Market Street – il palazzo è lo stesso di Twitter -, l’amministratore delegato, Sarah Friar, spiega a Repubblica la sua strategia per crescere e “essere utili”.

La bellezza di internet è anche essere informati su cose totalmente lontane ma forse più interessanti del mio quartiere. Davvero la dimensione locale è così importante?
“È incredibilmente rilevante. Il fattore più importante è ricostruire la fiducia. Dobbiamo davvero dimostrare che le persone sono vere e localizzate correttamente: devi davvero parlare con gente che vive lì. Ci sono tre ragioni per cui la gente va su Nextdoor, in modo diverso da Facebook: vengono per essere informati sul proprio quartiere, incontrare i propri vicini. La conseguenza è una comunità più coesa, e questo significa persone più sane, più felici, anche dal punto di vista economico, visto che la casa è il principale patrimonio e non perde valore”.

Il modello economico di Nextdoor è diverso da Facebook e simili, o no?
“Il loro obiettivo, in fondo, è di intrattenere: il tempo speso nell’app è davvero importante per loro. Nextdoor è l’opposto, il nostro obiettivo è essere utili. Mi chiedo sempre: come posso aiutare una comunità a fare qualcosa nella vita di ogni giorno? Ci sono molte domande che puoi rivolgere a Google, ma se cerchi “baby sitter sabato sera” non funziona, allora vado su Nextdoor e posso chiedere un consiglio. Dall’idraulico all’elettricista: una raccomandazione di un vicino di casa vale più di una ricerca su Google”.

I vostri dati dicono che superiamo la nostra timidezza?
“All’inizio è complicato, ma è una risposta a un bisogno importante. Un altro punto cruciale è combattere la crescente solitudine, un problema globale nonostante il mondo sia sempre connesso. Su Facebook siamo inclinati a sentire opinioni di persone che sono già nella nostra bolla, mentre i tuoi vicini hanno probabilmente delle idee diverse dalle tue. E poi ognuno può inventare ciò che vuole: a Parigi un gruppo di mamme si è messo insieme per evitare di buttare i vestiti dei bambini. È un circolo virtuoso”.

Parliamo di affari, come funziona Nextdoor?
“Ci sono aree del mondo, come l’Italia, dove ci concentriamo solo sulla crescita e sull’avvio di una conversazione. Negli Stati Uniti però, siamo già a un punto dove c’è già un’attività tale da poter iniziare a monetizzare. Oggi i post sponsorizzati valgono il 85% dei ricavi: devono essere utili, e vengono usati soprattutto da brand nazionali, banche e assicurazioni o servizi per la casa che vogliono sapere con chi parlano davvero sul territorio. Altri progetti riguardano le agenzie immobiliari che pagano una sponsorship mensile. Con il tempo arriveranno anche offerte dai negozi locali, dai ristoranti. La chiave è che sia un contenuto interessante per il quartiere”.

La sicurezza è un tema complicato. Siete molto criticati perché a volte sulle denunce dei cittadini pesano dei pregiudizi. Come potete rispondere?
“Nextdoor è fondata sulla fiducia e ogni quartiere è fondato da un cittadino, non da Nextdoor. I ‘fondatori’ possono moderare i contenuti, e tutti possono segnalare un contenuto, se è troppo commerciale o incivile. Abbiamo lavorato con un team di psicologi per disegnare una esperienza in cui l’utente si possa fare delle domande prima di dare sfogo a un pregiudizio senza accorgersene e il numero di post su criminalità e sicurezza non è calato – evidentemente le persone ne vogliono parlare -, ma il tenore dei post è cambiato. Infine, quando fai un post, sei tu con il tuo nome e cognome e nel tuo quartiere, dunque non c’è anonimato. C’è un contratto sociale che funziona”.

Il tema dei prossimi anni negli Stati Uniti sembra la regolazione dei grandi del tech. Pensa che sia giusto regolare o spezzettare le aziende?
“Queste proposte vengono fuori ogni volta che un settore cresce molto, basta pensare a Microsoft negli anni Novanta. Francamente io credo molto nella competizione, fino a quando c’è una situazione in cui la competizione è possibile. Io amo la tecnologia, sono cresciuta nell’Irlanda del Nord e sono europea nel cuore, ma mi sono trasferita qui, da ingegnere, per seguire il mio sogno. Nella tecnologia ciclicamente vedremo delle onde, i giganti saranno sotto attacco perché nuove startup cresceranno e faranno qualcosa meglio di loro. Se dai un servizio nuovo, come facciamo noi per i vicini di casa, cresceremo e avremo successo”.



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