BRUXELLES – Il monito arriverà oggi, all’interno del nuovissimo documento strategico sui rapporti tra Unione europea e Cina. «Né la Ue né alcuno Stato membro può raggiungere i suoi obiettivi con la Cina senza una piena unità».

Vista la natura del documento, l’Italia non è esplicitamente citata, ma il riferimento è chiaro: i governi devono astenersi dal rompere il fronte Ue per non fare il gioco di Pechino, che preferisce negoziare con i singoli Paesi, più deboli, che con un blocco che rappresenta il secondo mercato del pianeta e 500 milioni di cittadini. Proprio quello che invece l’Italia si prepara a fare firmando l’adesione alla Nuova Via della Seta durante la visita nel nostro Paese del presidente Xi Jinping (21-24 marzo).

Il documento sarà approvato oggi a Strasburgo dalla Commissione Ue su iniziativa di Jean-Claude Juncker e Federica Mogherini per poi planare sul tavolo dei leader europei che si riuniranno a Bruxelles proprio nelle ore in cui Xi Jinping atterrerà in Italia. Il loro via libera sdoganerà la visione degli europei in vista del vertice Ue-Cina del 9 aprile. È la complessità dei rapporti tra Europa e Repubblica popolare a far capire quanto incauta sia, vista da Bruxelles e dalle capitali europee, oltre che da Washington, la mossa sostenuta da Luigi Di Maio sulla Via della Seta.

«La Cina — scrive la Commissione Ue — è allo stesso tempo un partner con cui cooperare, un partner con cui negoziare, un competitor economico e un rivale sistemico». Ecco perché nei negoziati con Pechino gli europei dovrebbero restare uniti per «difendere i nostri interessi e i nostri valori» con una strategia diversificata su più livelli. Anche alla luce di alcuni sinistri esempi visibili in giro per il mondo. «Gli investimenti cinesi nei Balcani occidentali e in Africa hanno contribuito alla crescita, ma allo stesso tempo di frequente hanno avuto effetti negativi sulla sostenibilità socioeconomica e finanziaria che ha portato a un alto indebitamento e al trasferimento del controllo di infrastrutture e risorse strategiche».

A Bruxelles nessuno lo dirà apertamente, ma è proprio quello che si teme possa avvenire in Italia: non solo che Pechino usi Roma come cavallo di Troia politico in Europa e nel G7 e per spaccare l’Occidente, ma anche per mettere le mani per decenni su strutture e risorse della terza economia dell’eurozona in cambio di poco o nulla.

Per contrastare la Cina servirebbe invece un approccio a livello europeo. Non solo richiamando in ogni negoziato diritti umani, ambiente e multilateralismo, ma anche con nuove azioni per aprirne i mercati nel nome della reciprocità. Dunque lavorando a una riforma del Wto (che piacerà a Trump), ma anche con azioni più aggressive visto che la Cina favorisce l’ascesa dei suoi campioni ma chiude il mercato domestico alle aziende europee. Per questo Bruxelles promette di pubblicare entro il 2019 nuove regole sulla partecipazione degli stranieri agli appalti in Europa.

A piacere meno a Trump, invece, la scelta Ue sul 5G: al contrario di quanto chiesto da Washington, l’Europa non chiuderà all’ingresso della tecnologia cinese — ovvero di Huawei — nella realizzazione delle nuove reti e più in generale nei settori strategici. Tuttavia Bruxelles adotterà un approccio comune con misure di valutazione e gestione comune dei rischi legati alla sicurezza del 5G.



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