La minaccia più devastante al futuro del pianeta, ha appena avvertito l’Onu, viene dagli oceani, soffocati dall’effetto serra. Ma gli oceani contengono anche una ricetta efficiente e sperimentata contro il pericolo: una ricetta bio e low-tech. Al summit del clima di New York, questa settimana, il presidente francese Macron ha minacciato di non concludere più intese commerciali con paesi che non partecipano all’accordo di Parigi contro l’effetto serra. Una sorta di bomba atomica diplomatica, visto che il primo paese che viene in mente è gli Stati Uniti di Trump. A seguire il ragionamento di uno studio del Fondo monetario internazionale, invece, Macron sarebbe stato più efficace e più credibile se avesse annunciato di essere pronto a stracciare gli accordi con il Giappone, a meno che Tokyo la smetta di dare la caccia alle balene, uno dei più straordinari meccanismi naturali di assorbimento dell’anidride carbonica.

Gli sforzi della comunità internazionale si concentrano sulla necessità di fermare l’aumento della CO2 nell’atmosfera per evitare il surriscaldamento della Terra. I più pessimisti, però, convinti che l’obiettivo di emissioni zero al 2050 sia sfuggente, si preoccupano di escogitare sistemi per ridurre la CO2, sottraendola all’atmosfera. In modo naturale, con le foreste. Ma anche con i contestatissimi esperimenti di geo-engineering. Come il progetto di disseminare sulla superficie terrestre enormi aspiratori, che risucchino l’anidride carbonica, per stivarla, poi, sotto terra. L’ipotesi è improbabile, gli effetti imprevedibili.

Niente di tutto questo, invece, con le balene. E’ una strada low-tech. “Ma la Natura – osserva la ricerca del Fmi – ha avuto milioni di anni per perfezionare la sua tecnica di assorbimento della CO2”. Quanto vale? Moltissimo, stanno scoprendo i biologi marini. L’ecosistema delle balene è un ingranaggio cruciale del meccanismo che, oggi, in mare, assorbe il 40 per cento di tutta l’anidride carbonica prodotta nel mondo: 37 miliardi di tonnellate. Quanto assorbono 1.700 miliardi di alberi, l’equivalente di quattro Amazzonie.

Non staremo esagerando? Cominciamo con la balena vera e propria. Nella sua sessantina di anni di vita, il più grande animale del mondo assorbe in media 33 tonnellate di CO2 (un albero ne toglie dall’atmosfera una ventina di chili l’anno). Quando muore, la carcassa della balena si porta tutta questa anidride carbonica sul fondo dell’oceano, dove resta per secoli. Ma l’elemento più importante è l’ecosistema della balena: con la sua digestione e andando a spasso per gli oceani. Gli escrementi della balena sono infatti ricchi di ferro e azoto. Più in generale, salendo e scendendo, i cetacei portano in superficie minerali fermi in profondità (“la balena come pompa”) e li muovono nei mari (“la balena come nastro trasportatore”). E questi minerali sono cruciali per lo sviluppo del vero, grande assorbi-CO2: il fitoplankton. Sono le enormi concentrazioni di questi organismi il più efficiente risucchiatore di anidride carbonica, quello che fa degli oceani la più importante catena naturale di smaltimento della CO2. E i biologi hanno rilevato che il plankton è tanto più abbondante, quante più balene ci sono nei dintorni.

L’equazione, insomma, è: più balene, più plankton, meno effetto serra. Se si riuscisse a riportare il numero delle balene in circolazione – oggi ridotto da decenni di caccia industriale a 1,3 milioni – ai 4-5 milioni che sguazzavano nei mari nell’era precedente al capitano Achab e alle baleniere, l’impatto sul cambiamento climatico sarebbe massiccio. Vale la pena, dice il Fmi, di pagare le navi, perché evitino le aree in cui pascolano abitualmente le balene. Avere anche solo l’1 per cento in più di plankton nei mari significa assorbire centinaia di milioni di tonnellate di CO2 l’anno. Come se, ogni anno, apparissero di colpo  2 miliardi di alberi adulti.
 

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA



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