MILANO – Uno dei più famosi e rispettati gestori di Piazza Affari lascia le sue esperienze e il suo messaggio in un libro che ne racconta 35 anni di carriera. “Uomini e soldi” (perché solo uomini? Quanto poco diversificati i generi della finanza), scritto da Paolo Basilico per Rizzoli e da poco uscito, ha per sottotitolo “Il racconto di una vita svela i segreti per investire con successo”. Ed è esattamente quello che contiene: la narrazione autobiografica e personale delle peripezie che dal boom dei fondi comuni in poi hanno trasformato la Borsa italiana da “gioco d’azzardo” in mercato moderno, benché ancora poco sviluppato e frequentato da imprese e risparmiatori. Il merito principale del lavoro è un linguaggio semplice e piano, senza tecnicismi inutili né gli inglesismi che somigliano al latinorum della finanza d’oggi (anche per certi gestori quando vogliono ammaliare clienti).

Quanto ai “segreti per investire”, se Basilico ne ha avuti – difficile dubitarne – non li ha copiati nelle 202 pagine. A meno di voler prendere per tali i consigli per meglio comprendere il funzionamento dell’economia, o su come “sfuggire alle trappole logiche e psicologiche in cui finiamo fatalmente per cadere quando dobbiamo prendere decisioni sui soldi”. Perché, aggiunge, “la finanza non è quella che ci raccontano e che si autocelebra attraverso miti e finzioni, né è un laboratorio di formule o di algoritmi: è l’essenza del rapporto fra uomini, i loro caratteri, le loro psicologie”. Finanza olistica, per cui a volte val meglio l’Ulisse di Omero che tanti ‘report’: “In alcune circostanze, quando si parla di denaro, noi abbiamo un’unica possibilità di salvezza: quella di legarci mani e piedi. Il suono che le Sirene emettono è semplicemente troppo forte per potergli resistere”, scrive il gestore, che invita chi investe a tenere la copia dell’Odissea sulla scrivania. Altre volte, quando l’uomo-investitore è slegato, ciò che deve fare è attrezzarsi: e costruire la “ruota a tre raggi” per l’avanzamento. Il primo raggio, spiega il gestore, è la conoscenza di se stessi, delle proprie esigenze temporali e materiali davanti al denaro. Il secondo è la conoscenza della macchina (macro)economica, che tanto influenza i titoli, specie nella fase iniziata con le inondazioni di liquidità delle banche centrali dopo la crisi del 2008. Il terzo raggio è quello più attinente al funzionamento di azioni, bond e altri strumenti. Non per “fare da soli”, che non sempre è la miglior cosa: ma per “non firmare assegni in bianco” a chi ha maneggia il nostro futuro. Basilico cita poche regole, per cui non servono gran cervelli. Tuttavia così pochi le applicano: “Incredibile a dirsi per un popolo che siede su un monte di risparmi tra i più grandi al mondo, passiamo molto del nostro tempo libero a migliorare il benessere fisico o a frequentare i social media, ma non dedichiamo neanche un minuto (utile) a come investire meglio il denaro”, scrive.

Anche su queste carenze Basilico ha costruito una florida carriera, che lo ha visto dopo la laurea in Bocconi affacciarsi a Piazza Affari, entrare nel 1987 nella Mediobanca di Cuccia, Maranghi e Braggiotti, passare nel 1992 a un fondo anglo-italiano, fondare nel 1999 Kairos, il primo hedge fund italiano. Proprio un mese fa Basilico ne ha lasciato la guida operativa al gestore interno Fabio Bariletti, nuovo ad che per la casa madre svizzera Julius Baer cerca nuovi padroni per il fondo che ha tratto il nome dal termine greco che indica il “momento supremo”.

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