Tutti li studiano. Le grandi aziende li osservano, li cercano per cambiare il modo di fare business, per catturare i più bravi o i più innovativi. I Millennials i nati durante o dopo la rivoluzione tecnologia, sono ormai una categoria. Le lire non le hanno mai viste e sono cresciuti sulle immagini più che sulle parole. Le hanno nel Dna. Eppure sono spesso gli ultimi in un’Italia dove alcuni diritti sono rimasti appannaggio dei più anziani. E loro, in fondo, ne sono coscienti. Non a caso molti se ne vanno all’estero. Una delle ultime indagini su questa generazione arriva da Gray Grose fatta in collaborazione con l’istituto di ricerca Trade Lab, che ha diviso i Millennials italiani in 5 tribù.

Obiettivo era comprendere come questa generazione celebra il raggiungimento dei propri piccoli e grandi successi e se i Millennials vivano secondo un approccio Live victoriusly, guardando cioè alla vita in modo leggero e da vincenti, un approccio che secondo Derren Brown, scrittore inglese, costituisce la ricetta del sicuro successo. Il segreto sta nell’apprezzare le piccole e grandi cose della vita celebrandole in modo positivo. Più facile da dirsi che a farsi, almeno per i Millennials italiani. Solo 4 su 10 si sentono vincenti. E a rallentare la loro vita e la loro affermazione, a sentir loro, sono principalmente due fattori: le difficoltà finanziare (51%), seguite dalla mancanza di meritocrazia nel mondo del lavoro (41%). Sotto accusa l’assenza di stimoli (31%), dovuta a un’istruzione ancora troppo nozionistica e poco concreta (12%). E che nel formare i giovani l’Italia sia indietro è noto. Troppo distanti scuola e università dalla realtà di un mondo del lavoro in continua trasformazione. E se per 1 su 2 la carriera  è l’obiettivo numero 1, solo il 25% si sente realizzato pienamente. Tanto che ben il 30% vorrebbe cambiare lavoro nei prossimi tre anni (soprattutto al Sud).
 

Le cinque tribù

I Lupi. Sono pochi, appena l’11%. Si considerano vincenti. Nati per la competizione non hanno paura di buttarsi nella mischia, affrontano le sfide con ottimismo accompagnato da una forte razionalità. La crescita personale per loro passa da quella economica e professionale. La determinazione è la loro arma vincente. Il loro mantra “si può fare meglio”. Come modello indicano Barak Obama.

I Leoni. Sono più di un quinto dei Millenials italiani (28%). Fautori del gioco di squadra, per loro il branco è la vera forza. Curiosi e assetati di conoscenza hanno una particolare predisposizione nel frequentare corsi di aggiornamento e workshop. Per loro la ricetta del vincente passa da due elementi, disciplina e umiltà. Sono grandi risparmiatori e indicano come modello Nelson Mandela.

Le tartarughe. Rappresentano il 17% dei Millenials. Pondeati e riflessivi si affidano più alla ragione che all’istinto. Poco ottimisti, ponderato bene le loro scelte. Cercano la propria realizzazione nel benessere psico-fisico. Hanno obiettivi a lungo termine, che richiedono impegno economico e energie. La loro fonte di ispirazione è Steve Jobs. Intraprendenza e visione a lungo termine sono il loro mantra.

Gli orsi. Sono il 27%. Giocatori solitari, non amano il gioco di squadra, ma per arrivare al successo sono convinti che serva determinazione e scaltrezza, un po’ di furbizia e problem solving. Fanno affidamento sulle proprie forze anziché contare sugli altri. Il loro modello vincente è Alex Zanardi.

I koala. Meno ottimisti degli altri, preferiscono stare soli, accettano le situazioni senza combattere per cambiarle. Rinunciatari, non amano le sfide. Promozioni e vittorie sul lavoro come in famiglia non sono obiettivi da raggiungere con urgenza. Si lasciano vivere. E per loro il successo è dettato dall’autostima e dalla determinazione. Riservati indicano Bebè Vio come esempio di vincente.


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Carlo Verdelli
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