MILANO – Due dati pubblicati nel giorno della Liberazione mettono a nudo la fragilità del mercato del lavoro italiano, che rischia di finire nuovamente sotto pressione con l’economia che è tornata a stagnare. Da una parte è l’Ocse a rilevare quanto sia alta in Italia la quota di sottoccupati, un fattore che denota incertezza insieme all’incidenza del lavoro atipico. D’altra parte è Eurostat a metterci in fondo alla graduatoria per tasso di impiego, lontani dai nostri obiettivi e da Paesi simili a noi come la Spagna.
 

Sotto occupati da record, soffrono donne e giovani

L’Organizzazione parigina ha pubblicato il suo Employment Outlook e per l’Italia le ombre si allungano decisamente lasciando poco spazio alle luci. Gli economisti ricordano come la quota di lavoro temporaneo da noi sia superiore alla media Ocse, con un’incidenza del tempo determinato al 15,4 per cento rispetto a una media dell’area dell’11,2. Ma soprattutto, annota, “la quota di lavoratori sotto occupati è più che raddoppiata dal 2006, ed è ora la più alta tra i Paesi Ocse”. Significa che molti di coloro che sfuggono alla classica definizione di “senza lavoro” in realtà hanno un impiego (e quindi uno stipendio) meno importante di quel che vorrebbero o avrebbero bisogno.

La quota di quanti dichiarano di lavorare meno di quanto vorrebbero, tra i lavoratori dipendenti, è balzata tra il 2006 e il 2017 dal 5,6% al 12,2% contro la media Ocse 2017 del 5,4%. I giovani sono i più penalizzati: l’Italia figura al secondo posto dopo la Spagna con un aumento del 12,3% dei giovani che si dichiarano sottoccupati tra il 2006 e il 2017, contro il +6,5% dei lavoratori tra 25 e 54 anni e il +4,8% lavoratori più anziani. Altra categoria che soffre, le donne: +8,9% di sotto occupate, maggiore incremento dell’ocse (media +0,9%), contro +4,4% tra gli uomini.


Poco occupati e male: la fragilità del lavoro italiano

Se si volge lo sguardo al futuro, il tema delle trasformazioni tecnologiche domina lo scenario. E anche qui i timori sembrano ben fondati. E’ vero, da una parte, che siamo in linea con il resto delle economie avanzate per numero di lavori ad alto rischio di automazione (15,2% contro una media del 14%). Ma d’altra parte il nostro sistema di formazione “non è attrezzato per le sfide future: solo il 20,1% degli adulti in Italia ha partecipato a programmi di formazione professionale nell’anno precedente la rilevazione”. La ‘colpa’ è condivisa: “Solo il 60% delle imprese offre formazione continua ai propri dipendenti, contro una media Ocse del 75,2%”.


Poco occupati e male: la fragilità del lavoro italiano

Occupazione, Italia lontana dal suo obiettivo europeo

Altri dati, come si diceva, ci puniscono. L’Istituto di Statistica continentale ha rilevato che nel 2018 il tasso di impiego generale nella Ue nella fascia tra 20 e 64 anni ha raggiunto un nuovo livello record con il 73,2%, un punto percentuale in più rispetto al 2017 (72,2%). L’indicatore si avvicina all’obiettivo della strategia ‘Europa 2020′ che fissa i target nazionali per arrivare ad avere nella Ue almeno il 75% di occupati entro il 2020. Obiettivi che sono stati raggiunti o superati in tredici Paesi. L’Italia invece, che ha l’obiettivo nazionale del 67% nel 2020, è penultima in graduatoria con il 63% (rispetto al 62,3% del 2017). E’ preceduta dalla Spagna col 67% (rispetto al 65,5% del 2017) e dalla Croazia col 65,2% (rispetto al 63,6% del 2017). Peggio fa solo la Grecia col 59,5% (rispetto al 57,8 del 2017). Tassi d’occupazione superiori al 75% si sono registrati in Svezia (82,6%); Cechia e Germania (79,9%); Olanda (79,2%); Regno Unito (78,7%); Danimarca (78,2%); Lituania (77,8%); Lettonia (76,8%); Finlandia (76,3%); Austria (76,2%); Portogallo e Slovenia (75,4% ciascuno). Malta ha raggiunto il 75%.

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