Un fallimento per certi versi originale. Amoma, un portale di prenotazioni alberghiere, ha fatto crac, trascinando con sé migliaia di clienti che avevano pagato una stanza attraverso il sito e che oggi si ritrovano senza un letto e con poche certezze di riavere il denaro indietro. Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo: a fine 2018 era stata HotelQuickly a fare un fragoroso tonfo. La società è poi stata denunciata ad Antitrust anche grazie alle segnalazioni mandate a Repubblica dai lettori.

La novità, qui, è che lo stop arriva con una email – diretta ai propri clienti – in inglese, spagnolo e francese in cui i proprietari di Amoma denunciano il sistema delle prenotazioni alberghiere online. L’obiettivo dell’attacco sono i comparatori online (come Trivago o TripAdvisor per citare due tra i più grandi) che secondo la missiva non sono altro che “agenzie di comunicazione” spesso di proprietà di aziende “che operano nel nostro stesso settore, con un impatto negativo sulla concorrenza”. 

Questi siti, come è noto, mostrano ai clienti i portali di prenotazione come Amoma tra i risultati di ricerca dietro compensi, che secondo gli autori della mail vengono “imposti in modo unilaterale” e rappresentano “condizioni insostenibili”. Il risultato? “Una concentrazione di pochi grandi soggetti, i soli in grado di sopravvivere”. E poi le righe finali, che arrivano come una doccia gelata sul cliente che aveva già iniziato a fiutare una brutta aria: “Queste pratiche imposte rendono impossibile continuare la nostra attività”, con “effetto immediato”. A seguire, due consigli per i clienti:

  • Contattare l’albergatore per chiedere se la sua stanza c’è ancora;
  • contattare la società che ha emesso la carta di credito o la propria assicurazione.

E buona fortuna. 

Su TrustPilot però molti clienti denunciano comportamenti più riconducibili alla classica frode online. In molti casi infatti Amoma avrebbe accettato il pagamento poche ore prima di mandare l’email in cui annunciava la chiusura dell’attività, nel tentativo di accaparrarsi più denaro possibile prima di scomparire. Una lettrice ci fornisce la prova: pagamento fatto venerdì scorso, 13 settembre, alle 9.30 di mattina; email-epitaffio di Amoma arrivata meno di 24 ore dopo, alle 3 di notte del sabato.

Il sito di Amoma è stato smantellato (al suo posto il testo della lettera arrivata a tutti), il numero servizio clienti inesistente e l’indirizzo email (support@amoma.com) muto a ogni richiesta. Grazie a diversi consumatori frodati, cui avevamo chiesto aiuto su Trustpilot, siamo riusciti a ricostruire alcuni elementi. Tra questi: Amoma ha (o aveva) sede a Ginevra, in Svizzera, ma c’era un’altra società collegata, Amoma Reservation, di base a Santa Cruz de Tenerife, alle isole Canarie. 

Molti clienti hanno scoperto di dormire in un hotel che, di fatto, non avevano pagato proprio durante il soggiorno: una famiglia ha prenotato un albergo a Sharm El Sheikh ed è stata fatta entrare senza alcun problema. Dopo oltre una settimana di soggiorno la direzione dell’hotel ha però informato i clienti che, prima di fare il check-out, avrebbero dovuto pagare perché da Amoma non risultava alcuna prenotazione. Giuseppe invece l’ha scoperto all’arrivo. Con una bambina di 6 anni ha dovuto ri-prenotare la stanza per 430 euro, dopo aver versato qualche settimana prima ad Amoma 230 euro svaniti in un buco nero.

Come riavere i propri soldi. La domanda che ci pongono tutti i clienti rimasti con il cerino in mano è: esiste una possibilità di recuperare la cifra spesa? La risposta è che sì, è possibile, si può tentare ma il risultato non è garantito. A dare qualche speranza in più è che, trattandosi di pagamenti online, sono stati effettuati o con carta o con bonifico. Nel caso di assegni o contanti infatti è praticamente impossibile riavere indietro il denaro.

“Chi ha pagato con carta può chiedere il riaccredito alla società che l’ha emessa (Mastercard, Visa, ad esempio ndr) attraverso la procedura del ‘chargeback’” spiega Domenico Romito di Avvocati dei Consumatori. “In questo caso bisogna però dimostrare l’uso fraudolento della propria carta” che potrebbe non essere semplice, anche se Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, aggiunge che “spesso le società che emettono la carta, per fidelizzare il cliente, acconsentono”. In particolare, continua Dona, chi ha pagato poche ore prima che Amoma chiudesse ha qualche possibilità in più di dimostrare la frode, “in quel caso è importante specificare data e ora dell’ordine, dell’addebito e della email in cui ci è stata comunicata la cessazione delle attività”.

E non è tutto, secondo Romito “la società era perfettamente a conoscenza del suo stato di dissesto e aveva il dovere di sospendere le sue attività, se non lo ha fatto il consiglio è di fare denuncia per truffa, in modo da far partire un’indagine”.

Chi ha pagato con bonifico e si muove subito può provare a bloccare il pagamento (“i bonifici internazionali impiegano più giorni per essere completati” spiega Dona) altrimenti dovrà passare per “procedure ordinarie molto più lunghe e complesse che mirano ad ottenere un titolo esecutivo per il recupero della somma”, conclude Romito.



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