MILANO – Ci sono stati casi di vere e proprie battaglie, come quella in seno alla Telecom che ormai si trascina da molti mesi tra i francesi di Vivendi e il fondo Elliot. Ma in generale, le assemblee delle maggiori società quotate non hanno mai visto una partecipazione così alta come quella censita dalla Consob nel corso del 2018.

L’Autorità che vigila sui mercati finanziari ha presentato oggi il suo consueto rapporto sul governo delle società quotate. Tra i dati messi in evidenza, spicca proprio questo “record”. “La stagione assembleare 2018 delle 100 società quotate a più elevata capitalizzazione ha registrato i valori massimi di partecipazione alle assemblee negli ultimi sette anni”. Si sono registrati per partecipare alle assemblee, in media, soci rappresentanti più di 72 azioni su cento, in media. I cosiddetti “investitori istituzionali” hanno visto crescere la loro presenza, oltre il 21% del capitale con un aumento del 2% rispetto all’anno prima. Anche fondi d’investimento, banche e assicurazioni italiane hanno preso parte al maggior numero di adunanze dal 2012 (81 assemblee, il doppio rispetto al 2012-2013) e con un maggior numero di azioni (3% dell’assemblea). Gli investitori istituzionali esteri, presenti dal 2015 a tutte le assemblee delle maggiori 100 società, hanno esercitato in media voti per il 29% del capitale presente in assemblea.

A quanto pare, poi, i soci arrivati in assemblea hanno mostrato la loro contrarietà sulle politiche di remunerazione. Il voto sugli stipendi all’interno del board (il cosiddett say-on-pay, ha visto esprimere un parere favorevole da parte degli investitori istituzionali con il 57% delle azioni complessivamente detenute, mentre i voti contrari e le astensioni dalla votazione hanno raggiunto, rispettivamente, il 38,7% e il 2,3% delle azioni. “Il dissenso, classificato nel presente Rapporto come somma di voti contrari e astensioni, ha raggiunto il valore più elevato dalla prima introduzione del say-on-pay”, rileva la Consob. Il dissenso sulle politiche di remunerazione è
aumentato anche tra le società appartenenti all’indice Ftse Mib, quello che ragguppa le 40 società a maggior capitalizzazione, raggiungendo il 12% del capitale rappresentato in assemblea e il 37% dei voti degli investitori istituzionali.

Il rapporto dell’Authority mette in evidenza come (dati alla fine del 2017) le 213 società quotate in Italia siano in larga parte controllate da un azionista singolo (177) o comunque da un patto (22, ma erano ben 51 nel 2010). Continuano a crescere i comitati interni ai board: in primis quello sulle nomine, presente nel 60% delle imprese, ma si fa piede anche l’organismo dedicato alla sostenibilità: per ora è limitato a una quotata su cinque, ma con un peso al 60% della capitalizzazione. Quanto alla diversità nei board, la presenza femminile raggiunge il 36% del totale degli incarichi di amministrazione e il 38% degli incarichi di componente degli organi di controllo: eredità della legge sulle quote. L’età media nei board è di 57 anni, la presenza di stranieri è “bassa”-

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