VIDEOCAMERE nascoste, magari in un dispositivo antifumo installato sul soffitto, oppure discretamente piazzate in camera da letto senza farne cenno nell’annuncio. Apparecchi sempre più piccoli, manovrabili in remoto con un’applicazione, che possono registrare in locale, su una scheda SD o una memoria interna, oppure salvare foto e video su una piattaforma cloud e ancora trasmettere in streaming ciò che accade in camera da letto o in bagno. Sono quelle che spesso i clienti, i “guest” come li chiama l’azienda, scovano nelle stanze o negli appartamenti offerti dagli “host” su Airbnb, la piattaforma che nell’ultimo decennio ha rivoluzionato il mercato del turismo mondiale con non poche polemiche – sicurezza, centri storici inavvicinabili per i residenti locali, fisco – ma anche miliardi di affari e un nuovo modo di vivere i viaggi.
 
Tanto per avere un’idea, basti pensare che la piattaforma ha consentito a 500 milioni di ospiti di trovare un alloggio in Italia dal 2008. Nel solo triennio 2016-2018 23 milioni di viaggiatori si sono serviti dei suoi annunci. Allargando lo sguardo, si calcola che sei viaggiatori al secondo effettuino un check-in su Airbnb e in tutto il mondo sono presenti oltre sei milioni di annunci in 191 Paesi e 81mila città. Tanto che le proposte presenti sulla piattaforma sono più numerose delle stanze offerte dai sei principali gruppi alberghieri del mondo. Paragonato a una nazione, sarebbe come se a viaggiare fosse l’equivalente della popolazione dell’intera Unione Europea.
 
Un fenomeno pachidermico, ormai molto lontano dai tempi del primo soggiorno a San Francisco dei primi tre ospiti accolti dai fondatori, Brian Chesky e Joe Gebbia. Ed è normale che i proprietari – o gli affittuari che hanno ricevuto l’autorizzazione dal proprietario – tentino di mettere in sicurezza ville e appartamenti, oggetti e decori, giardini ed elettrodomestici, anche tenendo d’occhio gli ospiti. Non si contano infatti i casi, anche grotteschi, di danneggiamenti, furti, insozzamenti selvaggi o di furbizie di chi magari affitta una stanza per una persona e poi fa dormire altri ospiti non dichiarati. Le videocamere di sorveglianza, ormai accessibili in decine di modelli da poche decine di euro e installabili in pochi tocchi con un’applicazione e il Wi-Fi casalingo, sono dunque uno dei canali attraverso i quali chi affitta cerca di controllare quanto accade.
 
Tuttavia, per evidenti ragioni di riservatezza che travalicano le singole legislazioni nazionali, esistono regole ben precise. Non si contano, per converso, i casi di ospiti che hanno individuato videocamere nelle stanze da letto, camuffate da qualche altro aggeggio oppure, semplicemente, non dichiarate negli annunci come occorre fare. Ultimamente è tornato sul punto The Atlantic con una lunga inchiesta nella quale raccoglie numerose testimonianze anche di come Airbnb non abbia sostenuto in modo pieno e convinto gli ospiti che, magari nel pieno della notte e nel panico per l’inquietante scoperta, hanno deciso di abbandonare un appartamento, si sono sentiti colpiti nell’intimità o abbiano scoperto simili dispositivi senza che ne fosse fatto cenno negli annunci. Una delle storie più miserevoli è quella di tale Max Vest, un uomo ospitato in Florida in un appartamento da un host di cui Airbnb non aveva neanche verificato il nome esatto. Altro caso che ha fatto molto discutere, risolto solo alla visibilità raccolta in rete, è stato quello di Jeff Bigham, un noto informatico della Carnegie Mellon University suo malgrado protagonista di una scoperta simile. Prima ignorato dal sito per le sue proteste, è riuscito a risolvere la faccenda solo dopo aver scritto un post sul suo blog che ha iniziato a circolare furiosamente su internet.
 
Dall’inchiesta emerge appunto come l’azienda sia stata troppo leggera nella gestione dei profili di tanti host che, invece, si sarebbero più volte macchiati di simili scorrettezze: negli anni, scorrendo le cronache, è accaduto ovunque, dal Giappone alla Florida, dalla Germania a Taiwan. A volte la piattaforma ha anche trovato degli accordi per “spegnere” le cause in atto, come con una turista tedesca che nel 2013 aveva individuato apparecchi del genere in un appartamento californiano. E spesso ha riguardato anche situazioni al limite: per esempio videocamere grandangolari piazzate in ambienti comuni – dove se dichiarate sono consentite – ma di fatto in grado di controllare, con zoom digitale e margine di manovra del meccanismo, molte stanze dell’abitazione.
 
Ma qual è, nel dettaglio, la policy di Airbnb? Le regole sembrerebbero chiare anche se un po’ scarne. Come sempre, il punto è farle rispettare. “Nello specifico – spiegano dalla piattaforma – chiediamo agli host di indicare tutti i dispositivi di sorveglianza presenti negli annunci e proibiamo qualsiasi dispositivo di sorveglianza posto all’interno di determinati spazi privati (come ad esempio camere da letto e bagni) o per il loro controllo, indipendentemente che ne siano informati o meno gli ospiti”. Primo punto: tutti i dispositivi vanno dichiarati, i turisti devono accettarne la presenza cliccando su una specifica voce dedicata al momento della prenotazione e, in ogni caso, videocamere & co. sono vietate in certi spazi.
 
Secondo punto: gli host devono anche specificare “se vengono effettuate delle registrazioni”. Dunque non solo la presenza ma anche la tipologia di memorizzazione. Tutto questo va fatto prima, non dopo: “Se un host rivela la presenza di tali dispositivi dopo la prenotazione, Airbnb consentirà all’ospite di effettuare la cancellazione e ricevere un rimborso. Potrebbero invece essere previste delle penalità di cancellazione per l’host”. Nello specifico, molti utenti hanno contestato al sito di essere stato poco duro con gli host ficcanaso e di non aver dato l’impressione di interessarsi davvero allo shock psicologico vissuto da chi ha individuato simili gadget in camera, magari notando una flebile spia rossa nel cuore della notte senza sapere che fine avrebbero fatto, nel mare magnum del web, quei contenuti intimi.
 
La policy, tuttavia, finisce qui. Si dedica poi all’ospite, spiegando che a sua volta non può sorvegliare il proprietario “o qualsiasi terza parte presente nell’alloggio dell’annuncio senza il consenso dei soggetti interessati”. Non si capisce poi perché rilanci proprio al guest, e non all’host, l’invito ad assicurarsi che “l’utilizzo di dispositivi di sorveglianza rispetti tutte le leggi e regolamentazioni vigenti nella tua zona”.
 
Più che le numerose disposizioni del Codice in materia di protezione dei dati personali, il celebre decreto legislativo 196/2003, nel nostro Paese la questione sembra ancora più radicale: “Anche in Italia posizionare telecamere all’insaputa dei soggetti ripresi è una violazione della privacy e una inammissibile compromissione della libertà individuale – spiega a Repubblica l’avvocato Ernesto Belisario, esperto di innovazione e digitale – questi comportamenti sono sanzionati penalmente: l’art. 615-bis del codice penale punisce le interferenze illecite nella vita privata chi, con strumenti di ripresa visiva o sonora, “si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata” di un individuo (indipendentemente dalla loro diffusione)”. C’è insomma poco da scherzare: quand’anche l’obiettivo fosse semplicemente individuare qualche ospite ladruncolo, esistono procedure ufficiali a cui affidarsi su Airbnb, a partire dalla valutazione e dalle recensioni assegnate da chi lo ha precedentemente ospitato, assicurazioni private e altri strumenti. Non si insegue il cleptomane o il casinista violandone la riservatezza.
 
La policy si conclude con una definizione fortunatamente più estesa dei dispositivi proibiti: “Qualsiasi mezzo che venga utilizzato per la trasmissione di audio, video o immagini viene considerato come dispositivo di sorveglianza – si legge nella policy – a titolo esemplificativo ma non esaustivo, rientrano tra questi dispositivi telecamere Wi-Fi (es. Nest Cam o Dropcam), baby monitor di ogni tipo, webcam integrate in monitor di computer, installazioni di sistemi di sorveglianza, fonometri, rilevatori di dispositivi e smartphone con funzioni di registrazione audio e/o video”.

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