Dovrà affrontare il processo Domenico Lucano, 60 anni, il sindaco sospeso di Riace, nei mesi scorsi prima finito ai domiciliari, poi “esiliato” dal paese dell’accoglienza con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione. Per lui e altre 29 persone, che fino a qualche mese fa insieme a lui lavoravano al funzionamento del “sistema Riace”, la procura di Locri ha chiesto il rinvio a giudizio, riproponendo l’impianto accusatorio già bocciato dal giudice per le indagini preliminari. Un esito ampiamente prevedibile dopo la chiusura delle indagini a carico del sindaco sospeso e degli altri indagati. In molti, hanno provato a presentare alla procura documenti e memorie difensive. Lucano si è persino fatto interrogare ma sembra che nulla di tutto questo abbia convinto i magistrati di Locri. Di tutt’altro avviso invece sembra essere stata la Cassazione, di fronte al quale nelle scorse settimane è arrivata l’istanza di annullamento dell’ordinanza cautelare e l’esilio di Lucano da Riace che ne è derivato. Per il sindaco sospeso, la Suprema Corte ha disposto un annullamento parziale con rinvio, ordinando che il Tribunale della Libertà torni ad esaminare il caso.

A Locri invece non sembrano avere dubbi. E contro il sindaco ripropongono il medesimo impianto accusatorio già bocciato in prima istanza dal gip. Nel chiedere l’arresto di Lucano, i pubblici ministeri gli avevano contestato  presunte irregolarità nella gestione dei fondi destinati all’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo, ma tali ipotesi erano state del tutto smentite dal giudice Domenico Di Croce, che nell’ordinanza aveva cassato tutte le contestazioni più gravi fra cui malversazione, truffa ai danni dello Stato e concussione. A Riace, si leggeva nel provvedimento, nonostante una gestione assai disordinata della rendicontazione dei fondi, i servizi sono stati sempre erogati, nessuno ha messo in tasca in centesimo e non ci sono stati illeciti. Per il giudice le sole accuse suffragate da prove riguardavano i presunti matrimoni di comodo, per l’accusa organizzati per far ottenere documenti validi ad alcuni stranieri, e l’affidamento in via diretta i lavori dei raccolta e trasporto rifiuti a due cooperative di Riace, che in paese impiegavano italiani e stranieri.
Considerazioni di cui la procura non ha tenuto conto, insistendo nel contestare a Lucano di essere il capo di un’associazione a delinquere creata per distrarre i fondi destinati all’accoglienza. Per i magistrati di Locri, il sistema Riace, divenuto negli anni un modello, nasconderebbe in realtà un’associazione criminale, che avrebbe commesso ogni genere di illecito. Accuse sempre respinte al mittente non solo da Lucano, ma anche dagli ospiti che negli anni hanno trovato una casa e un futuro a Riace.
 


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