Per la quinta volta la pubblica accusa della Procura di Milano vede respinte richieste di archiviazione per le indagini sulle passate contabilizzazioni di crediti o di derivati di credito del Monte dei Paschi di Siena. I due filoni, comunicanti tra loro (se non altro per la comune facoltà di annichilire il capitale della banca senese fino alla nazionalizzazione del 2017, costata 5,4 miliardi ai contribuenti) vedono a procedimento Fabrizio Viola, Alessandro Profumo e Paolo Salvadori, che all’epoca dei fatti contestati (2012-2015) erano al vertice dell’istituto. L’accusa nei loro confronti è di non avere contabilizzato correttamente miliardi di crediti erogati da Mps, così da rendere non corretti i documenti informativi con cui in quegli anni la banca chiedeva altri miliardi agli azionisti in aumento di capitale. Il 25 luglio il Gip Guido Salvini ha chiesto ai tre pm Baggio, Clerici e Civardi un supplemento di indagini “di mesi nove”, ritrasmettendo il fascicolo ai magistrati milanesi. Secondo la ricostruzione fatta dal decreto di rigetto, finora l’accusa si è basata principalmente su una memoria redatta dai consulenti Lara Castelli e Roberto Tasca, per cui il nuovo management (Profumo e Viola, insediatisi dal 2012) “avrebbe fatto fronte a una revisione profonda delle direzioni crediti e delle relative procedure interne”, idonee a presentare all’esterno in modo corretto il rischio di credito. Ma questa perizia secondo il Gip “non è determinante”, anche perché si basa su ricostruzioni del management dell’epoca. Il giudice ha acquisito quindi altri elaborati, come quello di Eugenio D’Amico, depositato nel processo civile con cui a Firenze il fondo Alken ha chiesto di essere indennizzato per avere investito (e perso) 497 milioni nella banca. Secondo D’Amico, tra il 2012 e il 2017 la banca ha rettificato crediti per 25 miliardi, tre volte il suo patrimonio netto, e soprattutto gli accantonamenti sono stati operati dopo e non prima le operazioni di aumento di capitale: “Se tutte le rettifiche dal 2015 fossero state correttamente apportate il patrimonio civilistico di Mps si sarebbe ridotto quasi a zero e la banca avrebbe avuto serie difficoltà ad operare”, altro che chiedere i soldi sul mercato. Per questo i tre pm di Milano dovranno ora verificare la valutazione dei crediti deteriorati del Monte in quel triennio, e l’impatto economico di una loro diversa e più tempestiva svalutazione. Gli stessi tre inquirenti, nel 2016, 2017 e 2018 avevano chiesto di archiviare simili accuse per Profumo e Viola sul filone contiguo della contabilizzazione dei derivati Mps. Poiché la difesa dei due manager (il primo dei quali dal 2017 è ad di Leonardo) si basa sul fatto che hanno sempre operato di concerto con le autorità di controllo Banca d’Italia e Consob, presenti nel procedimento come persone offese dal reato, ce n’è abbastanza per sollevare gli interrogativi di Giuseppe Bivona, il grande accusatore sul dossier, oltre che consulente del fondo Alken tramite Bluebell. “L’atteggiamento della procura di Milano è incomprensibile. E a questo punto diventa inopportuno che gli stessi tre magistrati sostengano la parte del pubblico ministero nel processo in corso sui derivati Mps contro Profumo e Viola”.

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