MILANO –  Il Pil italiano rischia una nuova ricaduta e nel secondo trimestre potrebbe tornare a scendere. È quanto mette in evidenza l’Istat, in occasione della presentazione del Rapporto annuale. L’Istituto ha infatti illustrato una nuova stima, secondo cui “la probabilità di contrazione del Pil nel secondo trimestre è relativamente elevata”.

Una piccola doccia fredda se si pensa che i primi tre mesi dell’anno si erano invece chiusi con un +0,1% e che lo stesso istituto ha previsto un mese fa una crescita dello 0,3% nel 2019. Guardando al 2018 l’Istat mette in evenienza come l’Italia abbia “proseguito il percorso di riequilibrio dei conti pubblici”, ma i progressi fatti “non sono stati sufficienti ad arrestare la dinamica del debito”, in salita.

Presentando il rapporto il presidente Gian Carlo Blangiardo ha quindi citato il tema del debito pubblico, riferendosi alle “eredità” che il Paese si trova a gestire. L’Italia è una “realtà composita, eterogenea, bellissima e contraddittoria. E’ una terra ricca di tesori, arte e bellezza”, ha detto, ma “è altresì una nazione ricca di problemi irrisolti, talvolta a seguito di alcune eredità, una per tutti quella del tema ricorrente circa il ‘debito pubblico’, che certo avremmo preferito acquisire con ‘beneficio di inventario'”.

Il rapporto raccoglie e riorganizza i dati che mensilmente l’Istituto già diffonde e traccia un quadro riferito all’anno passato. Sul fronte del mercato del lavor, nel 2018 il livello dell’occupazione
è tornato a essere il più alto degli ultimi dieci anni, superando di 125 mila unità quello pre-crisi (+0,5% rispetto al 2008), ma il sistema è cambiato e presenta una maggiore fragilità delle posizioni lavorative.

Il rapporto rileva come ad aumentare sia stato principalmente il lavoro dipendente (che in dieci anni è aumentato di 682 mila unità, +4%), la cui crescita nel corso del decennio è dovuta essenzialmente al tempo determinato: rispetto al 2008 si contano 876 mila occupati a tempo pieno in meno e quasi un milione e mezzo di part time involontario in più. Nuove vulnerabilità riguardano i giovani, le donne, i stranieri e i divari territoriali.

Giovani meno presenti tra gli occupati ma “troppo” istruiti

La ricomposizione del lavoro riguarda anche i 15-34enni, meno presenti tra gli occupati (dal 30,2% nel 2008 al 22% nel 2018) ma sempre più istruiti (i laureati 20-34enni passano dal 16,3% nel 2008 al 22% nel 2018). L’anno scorso il 42,1% dei laureati 20-34enni occupati e non più in istruzione è interessato da ‘mismatch’ (prende la forma di sovraistruzione se il titolo di studio posseduto dal lavoratore è superiore a quello richiesto per svolgere una determinata professione), un livello superiore di più di dieci punti percentuali rispetto a quello della popolazione laureata adulta.
La quota di dipendenti a tempo indeterminato tra i giovani è scesa dal 61,4% del 2008 al 52,7% del 2018, mentre quella degli over 35 è aumentata di 1,1 punti attestandosi al 67,1%.

Inoltre, circa un terzo dei 15-34enni occupati nel 2018 ha un lavoro a tempo determinato (era il 19% nel 2008). Anche a ragione della minore esperienza lavorativa, tra i giovani sono più rappresentate le professioni addette al commercio e servizi (il 26,9% dei giovani e il 17% degli adulti) e meno le professioni qualificate (rispettivamente 29 e 37%).

 

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