MILANO – Mentre gli azionisti di maggioranza del governo Lega e M5s non lesinano i botta e risposta sul salario minimo orario e sulla flat tax, le proposte di legge che si trovano in Parlamento (cui tutto l’arco ha contribuito) passano al vaglio delle parti sociali. E i primi giudizi che arrivano dalle audizioni alla Camera non sono positivi.

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Rete Imprese Italia: basta la contrattazione collettiva

La prima a prendere la parola in commissione Lavoro alla Camera è stata Rete Immprese Italia, con il presidente Giorgio Merletti (Confartigianato), che ha espresso la contrarietà “all’introduzione di un salario minimo legale che consideriamo negativo per le imprese e per i lavoratori”. Secondo Merletti, la misura “colpirebbe la contrattazione collettiva, provocando un’alterazione degli equilibri economici e negoziali faticosamente raggiunti. Si creerebbero difficoltà alle imprese e finirebbero penalizzati proprio i lavoratori i cui salari sarebbero schiacciati sulla soglia minima e verrebbero privati del welfare contrattuale. Tutto ciò senza riuscire a combattere il fenomeno del lavoro nero nè a risolvere la questione dei working poor”. Secondo la Rete, i 9 euro medi lordi (della proposta del M5s, per il Pd sono netti) finirebbero costerebbero alle imprese circa 6,7 miliardi annui.

Il ragionamento di Merletti è che la contrattazione collettiva è una tutela sufficiente, mentre un salario minimo legale sarebbe “improponibile poiché, nel caso in cui fosse inferiore a quello stabilito dai contratti collettivi ne provocherebbe la disapplicazione e, nel caso in cui fosse più alto, si creerebbe uno squilibrio nella rinegoziazione degli aumenti salariali con incrementi del costo del lavoro non giustificati dall’andamento dell’azienda o del settore”.

Sindacati, “problema è proliferazione ed elusione dei contratti”

Anche Cgil, Cisl e Uil hanno fatto riferimento nel loro intervento alla contrattazione collettiva, sottolineando come – a differenza di quel che sta accadendo in Europa – in Italia si stia affermando “una proliferazione contrattuale, la diffusione di contratti poco e per nulla rappresentativi e in dumping (anche dal punto di vista retributivo) rispetto ai contratti stipulati dalle parti sociali maggiormente rappresentative. Questo è il vero problema – denunciano i sindacati – insieme alla evasione contrattuale e al crescente sommerso in molte attività”.

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Secondo i sindacati unitari “una norma di legge che si proponga di fissare un salario minimo orario legale per tutti i lavoratori dipendenti” deve “partire da questa realtà stabilendo il valore legale dei trattamenti economici complessivi” fissati dai contratti collettivi al fine di aumentarne l’efficacia e di consentire l’adozione di adeguate sanzioni nei confronti di chiunque non rispetti quanto in essi contenuto”. Nell’audizione, le sigle hanno messo in relazione le quote di lavoratori che le statistiche e gli studi valutano come non coperti dalla contrattazione salariale nazionale (10-15% della popolazione lavorativa) “alla eccessiva diffusione del lavoro irregolare, di forme di sottoccupazione (basti pensare al fenomeno delle false cooperative che con regolamenti aziendali violano i Ccnl o delle false partite Iva che la recente riforma fiscale “flat tax” porterà a diffondersi) e di part-time involontari che l’introduzione del salario minimo legale non porterà a mitigare”.

Un salario slegato dai minimi tabellari dei contratti “potrebbe favorire una fuoriuscita dall’applicazione dei Ccnl rivelandosi così uno strumento per abbassare salari e tutele delle lavoratrici e dei lavoratori”, in particolare nelle Pmi. Si rischierebbero poi di perdere le voci retributive aggiuntive (13esime e vie dicendo), ma anche le ulteriori tutele che vanno dalla malattia alla maternità.

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