ROMAEasyJet ha deciso di uscire dal dossier Alitalia e di proseguire per la propria strada lasciando Fs e Delta Airlines col cerino in mano. “A seguito delle conversazioni con Ferrovie dello Stato Italiane e Delta Air Lines per la creazione di un consorzio che valutasse le opzioni per le future operazioni di Alitalia – spiega la compagnia inglese – easyJet ha deciso di ritirarsi dal processo. Noi confermiamo l’impegno per l’Italia quale mercato chiave della compagnia, dove attualmente easyJet trasporta 18,5 milioni di passeggeri ogni anno, impiegando 1400 piloti e assistenti di volo con contratti di lavoro italiani. Continueremo a investire nelle tre basi di Milano, Napoli e Venezia – conclude il comunicato – come abbiamo fatto negli ultimi anni, aggiungendo rotte e capacità”.

Il salvataggio della compagnia italiana perde dunque un ingranaggio fondamentale che, nei piani di governo e commissari, avrebbe dovuto occuparsi del breve e medio raggio, il tallone d’achille del vettore romano, il settore dove si accumulano il maggior rnumero di perdite.

Un impegno che avrebbe dovuto rilanciare Alitalia da Milano Linate e Malpensa con l’ausilio sul lungo raggio degli americani da Roma. Per fare ciò il governo aveva promesso agli inglesi più libertà di volo da Linate sulle rotte extraeuropee (come verso e da Tel Aviv o Nord Africa). Ma la società con base a Londra ha deciso di mollare visto che un trasferimento dei voli tra Malpensa e Linate sarebbe costato troppo tempo e soprattutto denaro: i piani di easyJet, infatti, non possono essere cambiati nel corso di pochi mesi, così come le rotte e il numero di aerei e equipaggi. E considerando che oltre un terzo dei voli con Alitalia si sovrapponevano è stata fatta una scelta che va in direzione della continuità del network e non della collaborazione o gestione della società italiana.

Ora a due anni dall’avvio dell’amministrazione straordinaria che avrebbe dovuto portare rapidi benefici nella cessione della compagnia, si va incontro ad un misero impegno di Delta (si parla del 10%, ovvero al massimo 100 milioni di euro mai confermato dalla compagnia statunitense), praticamente il costo di un singolo aereo di breve-medio raggio. Soldi non sufficienti a far ripartire il vettore italiano che ha bisogno come minimo di un miliardo. Mancano infatti all’appello altri 900 milioni che secondo indiscrezioni potrebbero essere messi sul tavolo (parzialmente) dal Mef col 15% (150 milioni) o da Poste (altri 100 per il 10%) ma sicuramente non da Eni o Cassa Depositi, società che si sono più volte tirate indietro.

Tra pochi giorni, inoltre, su Alitalia cadrà il primo sciopero dell’anno con uno stop di quattro ore di tutte le sigle indetto per il 25 marzo. In attesa di una seconda tranche ancora più vigorosa di blocchi fino a 72 già annunciate dall’Associazione Nazionale Piloti.

L’approfondimento quotidiano lo trovi su Rep: editoriali, analisi, interviste e reportage.
La selezione dei migliori articoli di Repubblica da leggere e ascoltare.

Rep Saperne di più è una tua scelta

Sostieni il giornalismo!
Abbonati a Repubblica



http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml