MILANO – Dai principali ndicatori maecroeconomici arrivano segnali contrastanti sulle prospettibe della nostra economia. È quanto ha messo in evdienza  il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, in una intervista a sussidiario.net: “Ci sono segnali che arrivano dalla produzione industriale, piuttosto che dal Pil, che vanno nella direzione di una stagnazione. Ce ne sono altri, legati per esempio all’export e ancor più all’occupazione, almeno in termini quantitativi, che seppur non esaltanti sono quanto meno positivi”, ha detto, aggiungendo che “in generale la partita economica” per l’Italia “è difficile, ma resta aperta”.

Si parla di stagnazione e crescita zero: ora è meglio o peggio dei periodi che ci siamo lasciati alle spalle? “I confronti sono per certi versi discutibili – ha aggiunto nel giorno del suo intervento al Meeting di Rimini – perché il contesto nel tempo cambia. Tutti siamo a conoscenza dei difficili rapporti tra Stati Uniti e Cina, dei timori di una guerra dei dazi, dei problemi che attraversano le grandi economie europee come la Germania: tutti fattori che inevitabilmente hanno conseguenze per un Paese come l’Italia che è aperto sul piano internazionale”.

Ci sono “da tener conto che oltre agli aspetti quantitativi contano quelli qualitativi: non basta l’aumento dell’occupazione – aggiunge Blangiardo – ma è importante che questa sia qualitativamente di buon livello. Quindi tutte le problematiche della precarietà, del part-time involontario o di sottoutilizzo di lavoratori con un’alta formazione sono ancora aperte e c’è da augurarsi che si possa ottenere qualche miglioramento. Ci sono però degli aspetti positivi da non trascurare”.

Secondo il presidente dell’Istat “nel 2018 siamo tornati al livello di occupati pre-crisi, cioè del 2008. All’interno di questo recupero, un ruolo particolarmente importante è stato quello dell’occupazione altamente qualificata nei settori dell’informazione e comunicazione, dei servizi alle imprese e dell’industria. Questo è un risultato confortante. Dobbiamo muoverci probabilmente in questa direzione e cercare sempre più di valorizzare la quantità anche attraverso la qualità”.

“La partita demografica è certamente più problematica, nel senso che abbiamo visto dal 2015 che la popolazione diminuisce numericamente, sono sei anni che abbiamo il record di natalità più bassa di sempre nella storia d’Italia e il saldo naturale è negativo per quasi duecentomila unità. È evidente che le modifiche della popolazione in quantità e in struttura determinano dei cambiamenti su tutti i fronti, compreso quello economico. Da questo punto di vista la partita per certi versi è ancora aperta, però è più faticosa: siamo pressati da un andamento demografico certamente non favorevole”, spiega Blangiardo, secondo il quale la revisione ‘non ordinaria’ dei conti nazionali da parte dell’Istat che sta arrivando “è una cosa dovuta semplicemente agli accordi in essere con Eurostat. È un’operazione periodica di revisione della contabilità a cadenza quinquennale, un aggiornamento tecnico, niente di più. Non credo ci saranno grandi cambiamenti, vedremo”.

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA



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