MILANO – Sale il tono dello scontro tra Stati Uniti ed Europa sul fronte commerciale. Ad agitare le relazioni atlantiche è la web tax, il balzello sugli affari dei colossi del web che punge direttamente le grandi multinazionali americane. Un tema che sorvola gli incontri di Davos, tra i big della finanza e della politica, e cala sulle relazioni internazionali senza neppure troppi veli.

A riattizzare il fuoco delle polemiche di queste ore ci ha pensato il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin. Uno degli uomini portato in palmo di mano dal presidente Trump durante la cerimonia che ha sancito la tregua commerciale con la Cina e l’accordo di fase 1, per intendersi. Una ‘digital tax’ “è discriminatoria per sua natura e la tassazione internazionale è complicata. Ma se si vuole imporre una tassa sulle nostre società, allora prenderemo in considerazione le tasse sulle case automobilistiche”, ha detto Mnuchin ricordando che quando parliamo di tariffe, in generale, parliamo “di un mercato giusto, equilibrato e giusto. Quello che facciamo è abbattere le barriere sul commercio e vorremmo le stesse opportunità nel mondo. Vogliamo che siano anche gli altri a buttare giù i muri di Berlino”.

E’ stato poi lo stesso Trump, sempre da Davos a margine del World Economic Forum, a dare concretezza alla minaccia parlando dell’imposizione di tariffe del 25% sulle auto del Vecchio Continente, se Washington e Bruxelles non raggiungeranno un accordo complessivo sul commercio. “Fare un accordo con l’Unione europea – ha spiegato a Fox Business News – è più difficile che farlo con chiunque altro. Hanno approfittato del nostro Paese per molti anni. Tuttavia, alla fine sarà molto facile perchè se non riusciamo a trovare un accordo, dovremo applicare tariffe del 25% sulle loro auto”.

Alla vigilia di queste parole erano state le anticipazioni di una intervista al Wsj del presidente Usa ad accendere la miccia dello scontro tra alleati. In caso di tassazione sulle imprese digitale, è trapelato, la Casa Bianca colpirebbe con tariffe al 100% i vini francesi. D’altra parte la compagine europea non è compatta sul tema. In Italia, il principio della tassazione del web è già stato incardinato nella legge di Bilancio per il 2020 sulla base di un versamento al 3% sui ricavi delle società (con fatturato globale superiore ai 750 milioni) che generano almeno 5,5 milioni in Italia. I versamenti partiranno dunque nel 2021, con gettito previsto sui 700 milioni, ma intanto il Tesoro ha sempre auspicato una soluzione comunitaria condivisa. Non tutte le cancellerie, però, sono convinte di voler procedere in questa direzione e certo una minaccia diretta all’industria automobilistica, fondamentale in Germania come in Italia, fa paura a molti.

Per gli europei ha risposto – intervistato da Bloomberg – il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire: “Spero in un compromesso con gli Usa sulla web tax nel giro di qualche ora”, ha affermato dopo la decisione di sospendere la tassazione per un anno in vista di un accordo. “Abbiamo una relazione eccellente con Mnuchin – ha detto Le Maire – e spero che riusciamo a trovare un compromesso”.

Come a marcare la diversa impostazione della trattativa, si registrano le diverse parole che Mnuchin e Trump hanno speso sull’altro fronte, quello con la Cina. Il segretario Usa ha infatti ribadito da Davos la sua soddisfazione per l’accordo sui dazi con Pechino: “Non potremmo essere più felici”. Per la ‘fase 2’ non ci sono scadenze. “Se si farà prima delle elezioni negli Usa, ottimo, se ci vuole più tempo, va bene lo stesso” ha detto Mnuchin. E Trump, a stretto giro: “Abbiamo, direi, le migliori relazioni mai avute con la Cina”.

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Carlo VerdelliABBONATI A REPUBBLICA



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