L’Italia rischia di perdere il treno del futuro che coincide con il 5G, le nuove reti di comunicazione che in tutto il mondo stanno prendendo vita. Innovazione da cui dipende le speranze di crescita economica del Paese, dato che da queste reti passeranno tutti i dati e i servizi di tutte le industrie. 

L’ultimo allarme viene dall’Europe 5G Readiness Index, dove l’Italia risulta al 21mo posto fra i 38 Paesi europei mappati da inCites Consulting. Siamo insomma tra i meno pronti al 5G, per via di un ecosistema generale ostile all’innovazione. Per esempio – sottolinea il rapporto, per via di regole antiquate che pongono paletti ingiustificati. 

In realtà è un tassello di un quadro più ampio, che investe tutto l’Occidente. La sfida complessiva, che tutti i Paesi affrontano ora, è riuscire a coniugare il sostegno all’innovazione costituita dal 5G e le necessità di sicurezza, tutelata dalle regole. A questo si deve per esempio il recente decreto 22/2019 che stabilisce la golden power nel campo della banda larga, ossia l’obbligo di notificare al Governo la scelta di comprare apparati di rete (4G e 5G per esempio) da soggetti extra europei (leggi Huawei e Zte, finiti nel mirino dell’amministrazione Trump negli Usa). Si tratta infatti di infrastrutture strategiche per un sistema Paese; la scelta di affidarle, anche solo in parte, a un soggetto collegato a un Paese (non democratico) non alleato dell’Occidente merita un’analisi approfondita. 

Ma di fronte alla richiesta americana più tranchant, agli alleati europei, di bloccare ogni uso di apparati Huawei, molti esperti hanno lanciato l’allarme: attenzione, così si minaccia l’innovazione, perché si estromette uno degli attori principali, con cui per altro sono già in piedi accordi di quasi tutti gli operatori europei per costruire le nuove reti. 

Ecco perché la stessa Unione europea ha scelto una soluzione di compromesso, tra le due istanze (innovazione e sicurezza), attraverso una recente Raccomandazione della Commissione ue. Apprezzata dalla stessa Huawei. No a un bando di tecnologie cinesi, ma si lascia ai singoli Paesi membri la scelta su come regolarsi. L’Europa così avvia un percorso che porta a dicembre 2019, quando fisserà alcuni paletti minimi di sicurezza per le infrastrutture. 

Le aziende (quelle cinesi incluse) dovranno soddisfarle, quindi, come condizione necessaria (ma non sufficiente) per poter offrire i propri prodotti e servizi.

A questo proposito, un rapporto ufficiale britannico (a cura del Consiglio di sorveglianza, l’autorità incaricata dal Governo in materia). Scrive di poter dare solo una “garanzia limitata” sulla sicurezza degli apparati Huawei presenti; non per via di eventuali tecnologie spia installate, beninteso (che era il sospetto avanzato dagli Usa), ma per lacune nei processi di sicurezza utilizzati dall’azienda cinese. Che si è subito affrettata a dirsi disposta a collaborare, investendo 2 miliardi di sterline per metterci una pezza.
In questa cornice, come si pone l’Italia? In una posizione di compromesso – giustificata anche dal recente avvicinamento del Governo alla Cina per la nuova via della Seta. 
Niente allarmi, né tantomeno blocchi ma attenzione e fiducia – come di recente sostenuto dal vicepremier Di Maio – che il golden power sia strumento valido a tutela degli interessi strategici.

La sensazione, sostenuta da alcuni esperti, è che questa posizione italiana sia insufficiente su entrambi i fronti; la tutela dell’innovazione e della sicurezza. 

Da una parte, il Governo non ha ancora mostrato la forza di aggiornare le regole che tuttora – come denuncia il rapporto di inCities – rischiano di rallentare lo sviluppo del 5G, per via di eccessivi paletti (senza pari in Europa) per l’installazione delle antenne e delle reti. Sono d’accordo gli operatori telefonici (a quanto più volte dichiarato attraverso la loro associazione Asstel) e vari esperti economisti. “Serve una regolazione più adattiva e business friendly, per le nuove reti”, dice Maurizio Mensi, professore della Luiss. “Occorre pertanto aggiornare e alleggerire il quadro regolamentare vigente anche per tener conto dell’esigenza per gli operatori tlc di contenere gli investimenti, specie dopo gli ingenti costi sostenuti per l’acquisto delle licenze. Questo spinge inevitabilmente a cercare sinergie non solo con lo sviluppo della rete fissa di accesso in fibra, ma anche a condividere l’infrastruttura delle nuove small cells evitando costi di duplicazione di dispiegamento delle antenne 5G”, aggiunge.

Dall’altra parte, “dovremmo sposare la stessa serietà che sta dimostrando il Regno Unito sull’analisi della sicurezza dei prodotti Huawei, creando come loro un centro di ricerca ad hoc”, dice Michele Colajanni, professore al Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” presso al Centro di Ricerca Interdipartimentale sulla Sicurezza e Prevenzione dei Rischi (CRIS) all’Università di Modena e Reggio Emilia. “Ma l’Italia investe molto meno degli altri Paesi in cyber security. E le gare della PA sono fatte al massimo ribasso senza tenere conto di altri requisiti e così vincono sempre i soggetti cinesi, come avvenuto per la fornitura di apparecchi telefonici alla pubblica amministrazione l’anno scorso”.

Il quadro è quindi di un’Italia impreparata su tutti i fronti, che cerca – con le ultime mosse del Governo – di dare un colpo al cerchio e uno alla botte; ma sempre in maniera sempre insufficiente, rispetto a quanto fanno gli altri Paesi e rispetto a quanto le nuove sfide dell’economia digitale richiederebbero.



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