MILANO – Prendete una compagnia con cento dipendenti e incolonnateli in base al loro stipendio, poi tirate una riga per dividere la colonna esattamente in due gruppi di cinquanta. La cifra corrispondente a quella riga sarà il loro stipendio mediano. Poi prendete la busta paga del capo-azienda e provate a indovinare quante volte lo stipendio “mediano” sta dentro il guadagno del boss. Volete qualche esempio? Lo offre il Financial Times: il guru della finanza, Warren Buffett, si ferma a sette volte lo stipendio mediano di un dipendente della sua conglomerata Berkshire Hathaway. Elon Musk, il vulcanico inventore della Tesla, arriva a quota 40.668.

In linea di massima, secondo un’analisi della società che si occupa di consulenza sul mondo retributivo Equilar, il rapporto tra la paga di un amministratore delegato e i dipendenti è di 254 a 1, un dato maggiore del 235 a 1 che si registrava nel 2017, quando solo due terzi delle compagnie oggi tracciate svelavano i loro dati.

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Alzare il velo su questi rapporti di forza (finanziaria) è un’eredità della cultura post-crisi finanziaria, che Trump ha provato a picconare. In alcuni casi, come a Portland, si è passati dalle buone intenzioni di equità ai fatti, arrivando a imporre balzelli ad hoc per quelle compagnie che hanno ratio troppo squilibrate. Una condizione nella quale dovrebbe ricadere Nike, che proprio in Oregon ha la sua casa, e il cui ceo Mark Parker guadagna 379 volte quello che va in tasca ai suoi dipendenti.

Spiega il quotidiano della City che Equilar ha analizzato le paghe delle 100 maggiori compagnie che avevano pubblicato i dati prescritti entro l’inizio di Aprile. La lista verrà dunque aggiornata in futuro, ma intanto emerge che di questi 100 ceo ben 11 hanno vantato stipendi mille volte superiori il valore mediano che si trova nella loro azienda. Clamoroso il caso di Manpower, la società che fornisce lavoro temporaneo, che vede il capo azienda Jonas Prising guadagnare 2.508 volte la mediana dello staff. Nella classifica di Equilar trovano posto nella top ten anche Bob Iger di Walt Disney o Kevin Johnson di Starbucks.

A dire il vero, poi, il caso di Musk è particolare e infatti non è incluso nella classifica di Equilar. Il pay ratio di 40.668 a 1 si spiega infatti con gli otre 2,2 miliardi legati a un premio di risultato che verrà conferito in caso del raggiungimento di alcuni obiettivi-simbolo, come i 650 miliardi di dollari di capitalizzazione. Solo 56mila dollari sono “garantiti” e Musk ha rifiutato.

E in Italia? Il Salary Outlook da poco pubblicato dall’Osservatorio JobPricing ha ragionato sul cosiddetto “multiplo retributivo”, che misura la distanza fra vertice e base della piramide aziendale. Per calcolarlo ha preso il 9° decile della curva retributiva media di un Amministratore Delegato rapportandolo al 1° decile della curva di profili con inquadramento Operaio. Il risultato è un indice pari a 8,1: la retribuzione del vertice aziendale (meglio retribuito nel mercato) è quindi oltre 8 volte superiore a quella dei profili con la retribuzione annua lorda più bassa. Il multiplo cresce ulteriormente arrivando a 9,6 se si considera l’intero pacchetto retributivo, comprensivo anche della retribuzione variabile percepita.

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