Per lei che è surfista, l’onda perfetta è ora. La cavalca con tutto il carico delle cose fatte e lo sguardo rivolto al futuro. Mariacristina Gribaudi, 60 anni a giorni, è al comando di Keyline, azienda di Conegliano Veneto, in provincia di Treviso, cardine strategico del Bianchi 1770 Group, che progetta e produce chiavi, duplicatrici meccaniche, elettroniche e digitali, leader nella tecnologia di clonazione delle chiavi per auto dotate di transponder, con un bilancio consolidato di 30 milioni di euro.
L’ultimo prodotto della ricerca aziendale focalizzata su nuove soluzioni per gli specialisti della sicurezza è la ‘duplicatrice 007’, sviluppata per la polizia antiterrorismo a Roma.

Il suo vanto sono anche i giovani e le donne che ha assunto, una presenza femminile che tocca il 40 per cento dei 120 addetti, 150 se sommati ai distributori in cinquanta paesi del mondo e nei nuovi mercati come India, Corea del Sud, Perù, Argentina e Brasile. Gribaudi è amministratrice unica in carica per sei anni, in alternanza col marito Massimo Bianchi, rappresentante dell’ottava generazione di industriali del key business, la più antica dinastia al mondo in questo settore, fondatori della storica Silca, “fino al mio arrivo fatta di soli uomini”. Quando Bianchi ha venduto la Silca nel 2001 al gruppo svizzero Kaba, Keyline era una piccola azienda che fatturava due milioni e mezzo di euro ed era fornitore della Silca stessa.

La nuova sfida industriale per Mariacristina e Massimo nasceva con una start up, “ci siamo rimessi in gioco da zero, non avevamo velleità internazionali, oggi siamo il terzo competitor al mondo”. Con le cinque aziende controllate dal Gruppo Bianchi 1770, che ne distribuiscono i prodotti, Keyline è leader nell’industria della sicurezza a livello internazionale. Fabbricazione tutta italiana e filiali negli Usa, a Shanghai e in  Germania, la recente acquisizione di Keyline Portogallo, gli uffici di rappresentanza di Uk e Giappone e una rete internazionale di rivenditori.

Torinese, l’infanzia a Usseglio, vicino al capoluogo, terza di quattro fratelli, Mariacristina Gribaudi aveva i nonni materni che lavoravano il marmo in Toscana e a Torino, e quelli paterni che avevano iniziato nel 1920 a fare le cucine economiche a legna a cui era seguita l’industrializzazione con suo padre Carlo fondatore della Mareno Grandi cucine. “Non mi sono mai posta il problema se lavorare o no, sono cresciuta vedendo le donne lavorare, a casa mia lo facevano tutte, il mio modello erano madri di figli che hanno sempre dato il loro contributo all’attività dei mariti. Mia madre Anna seguiva il commerciale. Gli uffici della fabbrica erano nel condominio, quando la mia sorellina si svegliava tiravo su la persiana e lei capiva che doveva venire ad allattarla”.

Non si definisce una “donna di successo ma una donna resiliente. Ho sempre visto il bicchiere mezzo pieno. E mi considero una persona privilegiata prima di tutto perché sono la figlia di un sopravvissuto a un campo di concentramento”. Il padre era un giovane militare di 20 anni quando, per quanto non fosse di famiglia ebrea, fu deportato nel campo di concentramento di Furstenberg, in Germania. “È tornato due anni dopo, a piedi, e ci ha messo sei mesi”.

Non è la sola esperienza dolorosa della sua vita. Nel 1980 era a Venezia, a Ca’ Foscari, iscritta alla facoltà di Economia aziendale, e perde Francesco, il suo giovane fidanzato in un incidente drammatico. “Stava facendo un’arrampicata in montagna in Val Comelico. Si è staccata una cima, due cordate diverse, sono morti in due travolti dalla slavina e a fianco c’era un sopravvissuto, un suo fratello di 15 anni. Sono rimasta legatissima alla famiglia, mi considerano una figlia e una sorella”.
Con questa perdita anche la sua vita si ferma. “Non riuscivo a fare più niente. Mio padre dice vieni a lavorare da noi. Era il tipo di uomo che a Torino da ragazzina invece di accompagnarmi al Valentino mi portava in fabbrica, voleva farmi ascoltare il silenzio e il profumo dell’acciaio. Come primo impegno mi dà da riordinare una serie di archivi a cui teneva moltissimo. Un po’ alla volta entro nella comunicazione e nel marketing. Gli studi li ho ripresi più tardi. So cosa vuol dire rinascere dalle ceneri”.

Da Torino l’azienda si trasferisce nel Veneto, “la zona di Conegliano era considerata la inox valley, era più facile trovare la manodopera e i fornitori, l’attività stava esplodendo e per l’industria di mio padre era il posto migliore”. Il 1984 è l’anno del matrimonio con Roberto Alpago. “Non ero più la ragazzina di prima, desideravo una famiglia grande, nell’89 avevo già tre figli, tutti voluti, Carlo, Alessandro e Giacomo e poi Mariacristina nel 1993, da me allattata in contemporanea con la neonata di un’amica carissima morta di parto”. Il secondo matrimonio arriva nel 1998 con Massimo Bianchi, padre a sua volta di due bambini, Giulio ed Elena. “Che molto piccoli decidono di passare lunghi periodi con noi. Sei figli in tutto. Per quanto il divorzio sia traumatico, perché è un progetto non riuscito, abbiamo fatto in modo da mantenere un bellissimo rapporto tra figli e rispettivi genitori, che le case fossero dei ragazzi e che gli adulti ruotassero. Con un concetto completamente diverso. I bambini avevano la centralità, anche perché erano tanti”.

Anni di sforzi per bilanciare lavoro e famiglia l’hanno resa una formidabile organizzatrice e tutte queste competenze le ha portate in fabbrica. “Le donne che hanno dei bambini devono essere viste come opportunità e non come una minaccia. Mi dicono spesso i miei figli: ora vuoi organizzare il mondo, ma sono talmente rapida a trovare le soluzioni, e questo è un valore aggiunto; gestire sei figli è stata un’impresa titanica. Certo mi sono avvalsa di aiuti esterni. Non ho mai chiesto cosa vuoi mangiare oggi, per la mia sopravvivenza c’era un approccio totalmente diverso. C’erano genitori che mi mandavano i loro figli unici e se li riprendevano educati, almeno così dicevano loro. Abbiamo fatto tanti viaggi in America, i più grandi mi aiutavano con i più piccoli. Non dico che è stato facile, ma certamente era un mio modo di affrontare e risolvere i problemi di tutta questa mia comunità. Più figli hai e meno gli puoi correre dietro. Alla maturità ci sono arrivati tutti, poi ho detto sono pronta a investire su ognuno di voi, però dovete portare dei risultati. Sono andati a vivere da soli, hanno fatto Erasmus in Cina e in Messico. Quattro dei nostri ragazzi stanno lavorando da noi, qualcuno nelle filiali estere. C’è chi non è mai entrato o chi è entrato e poi è uscito per fare altre esperienze. Due si sono anche sposati”.
Nel 1996 l’azienda dei Gribaudi viene venduta all’Aligroup della famiglia Berti. L’imprenditrice cambia registro e studia il progetto di importare mobili antichi e oggetti dal Nord Europa. Una curiosità nata da un viaggio in America, andando a visitare in Pennsylvania la comunità degli Amish che nel 1870 si spostano dal nord Europa in America per problemi religiosi. Nelle loro case gli oggetti sono funzionali, estetici e razionali. “Scopro questo mondo e vado in giro per Svezia e Finlandia a pescare nei depositi. Nasce ‘Casa di Sven’, una serie di negozi sparsi per l’Italia fino al 2007”.

Dal 2002 Massimo Bianchi riparte acquisendo la start up Keyline e chiede alla moglie di lavorare assieme a lui. “La proposta è di alternarci alla guida come amministratori della società ogni tre anni. Una formula molto sfidante. Io sono quella sempre disposta a uscire dalla propria zona di comfort”. Decisionista però. Entra in punta di piedi e accanto alle persone di lunga esperienza all’interno della Keyline, mette nuove professionalità per creare uno spirito di appartenenza. Riuscendo a realizzare un modello di convivenza tra mentalità diverse sviluppate su due piani: la old economy delle chiavi tradizionali e la new economy fatta di macchine duplicatrici e trasponder. “Aggiungi che l’Italia andava verso una crisi che non era prevista. Pensavamo di avere il mondo in mano, non avremmo mai immaginato. Per fortuna i segnali li abbiamo colti in anticipo; dovevamo creare un nuovo modello di business, cercare un posizionamento sul mercato e soprattutto investire in ricerca e sviluppo. All’interno dell’economia globale, con due grandi concorrenti, si doveva puntare sull’innovazione, con prodotti in grado di superare i nostri rivali, che ci facessero conoscere al mondo, fare del piccolo è bello il nostro punto di forza. Mio marito è riconosciuto come massimo esperto del settore, io che non venivo dalla vecchia guardia, ma con altre esperienze, avevo un approccio più flessibile”. Captare le esigenze esterne: la strada verso cui si orienta Mariacristina si rivela presto quella giusta. “La vera svolta è stata nei giovani e nelle donne che stavamo assumendo, che in quegli anni e tuttora sono sotto i 35 anni per il 70 per cento”.

L’alternanza in azienda non è facile, “siamo due persone diverse, però complementari, è complicato prendere una decisione, saggiamente chi ha meno esperienza in una determinata situazione deve fare un passo indietro, ma quando uno è amministratore, l’altro non va in vacanza. Ci concediamo dei periodi di formazione. Non significa lasciare la fabbrica. Io, per esempio, studio. Mi sono laureata a Lugano in Economia aziendale e due anni fa ho fatto un master senior executive alla London business school. Nell’ultimo cambio, che Massimo ha chiesto di allungare a sei anni, lui si è molto impegnato in viaggi di lavoro per ampliare il raggio di ricerca e sviluppo. Noi lavoriamo con la sicurezza a livello internazionale, servizi segreti, Scotland Yard. Viviamo tempi rischiosi. Teniamo presente però che in Italia abbiamo delle skills in termini di competenze sull’antiterrorismo che ci rendono unici al mondo al pari di Israele, siamo bravi e non ce lo diciamo mai”.

Reputazione, immagine. “Siamo partiti da una piccola azienda poco conosciuta; siamo cresciuti e sin dal 2010 parliamo di welfare aziendale e di valori condivisi. La contaminazione tra mondi diversi, la vecchia azienda e le nostre idee funziona se riesce ad arrivare al cuore delle persone e non appare come una minaccia. Alla festa di Natale premiamo la fedeltà al lavoro del keybusiness”.

La stessa dinamica l’imprenditrice l’ha adottata anche per la Fondazione dei Musei civici di Venezia, dodici spazi espositivi permanenti tra cui il Palazzo Ducale, di cui è presidente dal 2015 su proposta del sindaco della città lagunare Luigi Brugnaro. “È un imprenditore, ci eravamo frequentati per anni nel mondo di Confindustria. Mi ha detto: mi piace il tuo modello di business. Proposta allettante, entrare in una struttura quasi pubblica, consolidata nella mentalità e cambiarla secondo il mio modo. Se non fossi così determinata non sarei riuscita nei miei intenti. Ero estranea al mondo dell’arte, ma appassionata e acquisto oggetti da sempre. Da statuto non percepisco un euro, la considero una restituzione al mio paese, come mi ha insegnato mio padre. Mi sono guardata attorno e ho puntato a valorizzare, consapevole di non sapere, le persone e il talento. Il mio ufficio è un coworking, con frequenti riunioni allargate. Ho applicato esattamente lo schema che ho in fabbrica. In due anni abbiamo messo il wi-fi in tutti i musei, parlato con le amministrazioni, creato alleanze, un accordo grazie a H-Farm con la start up Travel appeal, un progetto pilota con Unicef per uno spazio gratuito per le famiglie che vogliono allattare e cambiare un bambino, tavoli di coworking gratuiti. Continuiamo a fare le mostre ma i musei sono diventati uno spazio aperto alla città. Non sono una tuttologa, una facilitatrice sì. Ci sono dalla fine del 2015 e mi hanno appena riconfermata per altri tre anni”.

Fare sport è una passione, “lo ritengo un grande elemento di sopravvivenza. Mi piace il surf, l’ho imparato nel 1998 dai miei figli a San Diego, in California, cavalco le onde. Metto sempre un paio di scarpe da corsa in valigia, pioggia, vento o neve e vado. Ho ripreso negli ultimi anni. Sono cittadina del mondo, abituata a stare dei periodi da sola e a lavorare ovunque: questo non mi pesa, marcio a una velocità diversa. Ho scritto un libro ‘L’altalena rossa’, con Adriano Moraglio, un giornalista, per raccontare le mie esperienze. Noi donne non siamo abituate a focalizzarci, pensiamo sempre: cosa vuoi che abbia da raccontare? Volevo fare la maestra, mi piacciono tanto i bambini e gli anziani, ho più empatia con loro, gli adulti spesso mi annoiano. Forse la maestra la sto facendo col mio modo di approcciare a questi team di lavoro. Ho vissuto tanto, sono fortunata di essere venuta al mondo. Dormo con la luce accesa perché per stare al buio avrò un’eternità”.

Il libro che ha letto di recente e che trova “tra i più belli in assoluto” è ‘L’educazione’ di Tara Westover, la storia autobiografica di una giovane donna cresciuta in una famiglia mormone con sette figli che abita in una zona montana nell’Idaho, con un padre che rifiuta quasi ogni contatto con le istituzioni, scuola, ospedali, e costringe tutti a una vita di isolamento e di lavoro per la sopravvivenza. Tara, l’autrice protagonista, riuscirà lentamente a trovare uno spazio di uscita da questo mondo chiuso e a costruirsi attraverso lo studio un’educazione che le darà una nuova vita. “Sto scrivendo appunti su ciò che vorrei fare nel futuro. Di certo coltivare la curiosità di conoscere mondi nuovi e diversi per continuare ad essere quella che sono”.



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