L’indagine di Reggio Emilia ha fatto venire alla luce un quadro sconvolgente: grazie alle manipolazioni, svolte con i metodi più biechi, degli operatori dei Servizi Sociali e di alcuni psicologi, molti bambini venivano indotti a raccontare di falsi abusi sessuali subiti dai genitori, strappati alle famiglie di origine, collocati in comunità (che si finanziano anche tramite contributi pubblici erogati in funzione del numero dei piccoli loro affidati) o in famiglie esterne.
La risposta al come sia stato possibile tutto ciò è drammaticamente semplice: il nostro sistema non solo permette le ipotesi di abuso ma, tramite un intreccio perverso di norme e applicazioni pratiche, incentiva situazioni come quelle di Reggio Emilia.

Dobbiamo fare un passo indietro. Nel sistema delle adozioni o dei collocamenti presso le comunità si parte, molto spesso, da una segnalazione degli insegnanti, dei medici oppure degli stessi Servizi Sociali; questi ultimi fanno delle relazioni al Giudice minorile che, nell’emergenza, senza possibilità di contraddittorio e di verifica effettiva di quanto affermato dagli operatori, colloca in via d’urgenza i bambini, presunti abusati, fuori dalla famiglia di origine, con cui ogni legame viene improvvisamente troncato (i genitori possono incontrare i figli una/due ore al mese e in alcuni casi mai).
Contemporaneamente, il Giudice incarica proprio i Servizi Sociali di approfondire la situazione; gli operatori possono gestire le indagini come vogliono senza seguire effettivamente alcuna regola; alle operazioni non possono partecipare né gli avvocati (che i Servizi vedono sovente come  un inutile fastidio) né eventuali consulenti esterni dei genitori, cui viene negato il basilare diritto di difendersi sancito dalla nostra Costituzione. Insomma, gli operatori pubblici hanno un potere discrezionale assoluto che, come la vicenda di Reggio Emilia ci insegna, può essere l’anticamera dell’abuso e del delitto.

Le relazioni sono poi depositate al Giudice cui, peraltro, non sempre sono forniti gli strumenti necessari per capire la veridicità di quanto affermato; spesso, dunque, le sentenze non sono che la conferma delle opinioni (perché spesso di opinioni si tratta) dei Servizi Sociali. E anche quando ciò non accade, oppure quando gli operatori si accorgono di aver commesso un errore, i provvedimenti arrivano a distanza di anni; anni in cui i bambini hanno vissuto lontano da mamma e papà, in cui hanno sviluppato un sentimento d’abbando che lascia un segno indelebile nei loro cuori e nelle loro vite, irrimediabilmente strappate.
La stessa dinamica peraltro si riscontra in casi diversi da quelli dell’abuso: pensiamo alle centinaia e centinaia di separazioni e divorzi, in cui i bambini sono affidati proprio ai Servizi Sociali, alle tante relazioni, dove dietro il paravento della conflittualità reciproca dei genitori si legittimano le peggiori prevaricazioni.

Di certo sarebbe ingiusto sostenere che tutti gli operatori, gli psicologi e i terapeuti sono sempre e comunque dei delinquenti. La stragrande maggioranza di loro, svolge con competenza e solerzia un compito difficilissimo e  mal retribuito. Però, è altrettanto vero che uno Stato che ha veramente a cuore i suoi futuri cittadini dovrebbe creare un sistema che non solo punisca gli abusi ma che soprattutto li prevenga. Un ordinamento, come quello italiano, che delega ai Servizi Sociali – senza alcuna forma effettiva di controllo preventivo e successivo, senza alcuna possibilità per i genitori di difendersi – ogni decisione, è un sistema che non protegge i bambini, esattamente come il caso, straordinario ma emblematico, ci insegna.

* Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiarista, portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre



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