MILANO – Doppio colpo mortifero sui mercati finanziari: prima la Fed, ma soprattutto Donald Trump hanno scatenato le vendite e riacceso i timori di una escalation nella guerra commerciale tra Usa e Cina.

Sono state ore concitate nelle sale operative degli investitori. Mercoledì sera, la Banca centrale Usa ha annunciato come da attese il taglio dei tassi di un quarto di punto. Powell non si è sbilanciato su nuovi interventi in futuro, anzi ha parlato di un “aggiustamento di metà ciclo” che ha fatto propendere i mercati per un messaggio di prudenza su ulteriori tagli. Infatti la reazione delle Borse è stata negativa. Giovedì la decisione è stata via via digerita, ma proprio quando i listini sembravano rafforzarsi e sembrava prender piede la convinzione che la Fed sarebbe rimasta accomodante, è arrivato il fulmine Trump. A sorpresa il presidente americano ha annunciato l’imposizione di nuovi dazi del 10% sulle importazioni di beni cinesi per un valore di 300 miliardi di dollari a partire dal primo settembre. Considerando che già 250 miliardi di import sono stati colpiti da tariffe al 25%, praticamente tutto il commercio tra le due superpotenze ricadrebbe nella rete delle tariffe. Proprio a settembre, dovrebbero riprendere negli Usa i negoziati dopo l’ultimo summit di Shanghai, ancora interlocutorio ma “costruttivo”.

La reazione è stata violenta. Wall Street ha chiuso in calo con il Dow Jones che ha perso l’1,1% e il Nasdaq lo 0,8%. Il petrolio è arrivato a cedere oltre 8 punti percentuali, mentre oggi recupera terreno. Questa mattina, Tokyo ha chiuso in forte ribasso del 2,1%. I future sulle Borse europee sono negativi, mentre procede la stagione delle trimestrali. Perdite simili anche per Hong Kong e Shanghai.

Nota Bloomberg che le sparate di Trump sembrano quasi svelare una strategia che, più che a Pechino, guarda a Washington. Il discorso è semplice: visto che la Fed ha detto che i tagli ai tassi sono giustificati dalle tensioni commerciali che pesano sull’economia, è plausibile che il presidente si sia premurato subito di crearne altre perché la sua Banca centrale tagli ancora il costo del denaro, come il tycoon chiede da tempo. Non a caso, subito dopo l’annuncio della Casa Bianca i future sui Fed Fund hanno accentuato le probabilità di prossimi interventi da parte di Powell. Ryan Larson, riferisce l’agenzia Usa, che è a capo del trading di azioni Usa per RBC Global Asset Management, ha definito “certamente interessante il timing” delle parole di Trump. “Viene da chiedersi se i dazi aggiuntivi sarebbero stati annunciati nello stesso modo dal presidente, se la conferenza della Fed di ieri fosse andata diversamente”.

Come non bastasse, il governo giapponese ha deciso di rimuovere la Corea del Sud dalla lista dei Paesi che godono di un trattamento preferenziale nell’export commerciale, una risoluzione che potrebbe inasprire i già tesi rapporti diplomatici tra i due vicini. L’esecutivo del premier conservatore Shinzo Abe ha reso noto che il provvedimento entrerà in vigore a fine mese e obbligherà le aziende coreane a chiedere speciali permessi per le importazioni di materiali che possono essere utilizzati anche per scopi militari. Tra questi le componenti utilizzate nella produzione dei semiconduttori, gli schermi per i telefonini e gli apparecchi televisivi. Si tratta della prima volta che un paese viene escluso da Tokyo dalla ‘white list’, formata da 27 nazioni, e nella quale la Corea del Sud era parte integrante del 2004.

Lo spread tra Btp e Bund tedeschi è tornato sopra quota 200 punti base. Ricca l’agenda macroeconomica, che prevede tra le altre cose la produzione industriale e le vendite al dettaglio in Italia e la disoccupazione Usa. L’euro apre in rialzo, sale lo yen e arretra lo yuan cinese che paga il conto dei dazi. La moneta europea passa di mano a 1,1079 dollari e 118,65 yen. Dollaro/yen giù a 107,19. Lo yuan si deprezza e passa di mano a 6,95 sul biglietto verde sul mercato off shore. Quotazioni dell’oro nonostante le tensioni: il lingotto con consegna immediata cede sui mercati asiatici lo 0,9% ma resta comunque vicino ai massimi da 6 anni raggiunti il 19 luglio e passa di mano a 1.432 dollari l’oncia.



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