UN’ESPRESSIONE del volto, un cambiamento nel modo di respirare, un silenzio prolungato: la comunicazione non verbale è in grado di veicolare una miriade di messaggi. Che non devono essere sottovalutati o ignorati se davvero vogliamo comprendere il nostro interlocutore. E, soprattutto, se vogliamo conoscere le sue emozioni. Una capacità che acquista un’importanza particolare nella relazione medico-paziente. Imparare a riconoscere le emozioni, in particolar modo quelle “nascoste” e “trattenute”, permette infatti di gestire al meglio la comunicazione con il paziente. È l’idea centrale che ha portato alla costruzione di un avatar digitale interattivo che mette in scena il ruolo delle emozioni del paziente e con cui il medico ha la possibilità di interfacciarsi in real time per studiare un caso clinico. Un tipo di didattica esperienziale presentata a Milano in occasione del MeMO – Merck Oncology Meeting Emotional Experience – una due giorni (22-23 marzo) dedicata ai progressi scientifici in ambito oncologico, con particolare attenzione ai tumori del colon retto, della testa e del collo.

Emozioni e pratica clinica

“Comprendere il vissuto psicologico e fisiologico della persona, dare importanza alla sue emozioni, facendole capire che può provare paura, rabbia o imbarazzo, è il primo passo per potersi relazionare in modo empatico e attento e migliorare l’interazione rendendo meno complesso il percorso terapeutico”, spiega Luca Ostacoli, professore associato di psicologia clinica presso la scuola di medicina di Torino, responsabile del servizio di psicologia clinica, presidio ospedaliero S. Anna. L’obiettivo è educare i medici a comprendere le emozioni nel paziente oncologico: vedere “oltre” il paziente che si ha di fronte, per osservarlo nel suo intimo. In che modo? In primo luogo, mostrando loro delle rappresentazioni audiovisive in cui scene che mostrano un tipico colloquio medico-paziente sono interrotte da scene in cui un avatar che rappresenta il mondo interiore del paziente ci permette di spiare i suoi pensieri e capire i nodi emozionali. Una metodologia definita Inside Out dal nome dell’omonimo film di animazione.

Esperienza sensoriale con l’avatar

In secondo luogo, con la cosiddetta didattica esperienziale sviluppata da CELL, il Center of Experiential Learning, fondato dalla società QBGROUP (azienda italiana leader nel settore dell’innovazione tecnologica e nell’E-Health) attraverso cui i medici sono invitati a confrontarsi con specifici casi clinici. Perché si parla di didattica esperienziale? “Perché – spiega Daniela Pisano, direttore scientifico QBGROUP – il medico ha un ruolo attivo: attraverso un simulatore di situazioni cliniche non osserva il caso clinico dall’esterno, ma è parte integrante di esso. Il percorso di simulazione prevede, infatti, dei momenti in cui il medico deve fermarsi e prendere delle decisioni diagnostiche o terapeutiche”.

Medici a ‘scuola’ di comunicazione

Un apprendimento per simulazione: il medico, infatti, ha a disposizione tutte le informazioni delle quali normalmente dispone quando affronta un caso clinico nel suo studio e ogni sua scelta determina una risposta dell’avatar così come farebbe un vero paziente inserito in un contesto di visita all’interno di uno studio medico. Il paziente è, infatti, in questo caso un ‘Human patient digital’, un avatar digitale con il quale il medico instaura un vero dialogo in real time e vive l’evoluzione della sua patologia in un arco temporale medio-lungo. C’è un coinvolgimento totale del medico che entra a far parte di questo scenario virtuale accettandolo come reale. “Il paziente avatar – precisa, infatti, Pisano – non solo dal punto di vista grafico è reso in maniera personalizzata, ma è in grado di modificarsi nel tempo in relazione all’andamento della malattia. Per esempio, nel momento in cui la malattia evolve, anche il suo aspetto fisico cambia”. Ed è proprio il modellamento grafico in real time del paziente a rafforzare l’aspetto empatico e a permettere un feedback visivo rispetto alle singole decisioni che i medici prendono di volta in volta.

Tumori e prevenzione

I medici presenti al meeting che hanno sperimentato questo tipo di didattica sono quasi duecento, soprattutto esperti nell’ambito dei tumori del colon-retto e del testa-collo. Un problema che riguarda più di mezzo milioni di italiani. “Quello del colon-retto – spiega Salvatore Siena, Direttore del dipartimento di Ematologia e Oncologia del Niguarda Cancer Center – rappresenta la quarta principale causa di morte a livello mondiale. Ma è un tumore guaribile e prevenibile, infatti il 60% delle morti potrebbe essere evitata grazie alla diagnosi precoce”. I tumori testa-collo che colpiscono le cellule epiteliali di tessuti o organi come la cavità orale, la gola, la laringe, la cavità nasale e le ghiandole salivari, hanno, invece una prognosi molto grave e richiedono necessariamente un approccio multidisciplinare. “Mentre il 60-70% dei pazienti arriva presentando la malattia a livello locale in stadio avanzato, il 30% ha già metastasi”, precisa Daris Ferrari, Direttore U.O. Oncologia Ospedale San Paolo di Milano. “Ma quasi la metà dei pazienti con patologia locale che riceve un trattamento è vivo a 5 anni dopo la terapia”. Oggi, infatti, la sopravvivenza è aumentata in maniera significativa, grazie a farmaci d’avanguardia.

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