ROMA – Esuberi al momento non ce ne sono. Ma potrebbero essercene in un futuro nemmeno tanto lontano, da qui a qualche anno. E dato che prevenire è meglio che curare, Unilever, multinazionale dell’alimentare che conta due stabilimenti in Italia dove lavorano oggi 3000 dipendenti, ha deciso di investire in formazione. L’unico, modo per arginare l’impatto che gli inverstimenti in robotica, intelligenza artificiale e digitalizzazione necessari per rimanere competitivi, portino a licenziamenti o alla necessità di cercare sul mercato del lavoro professionalità che in realtà o mancano o sono poche. Ecco dunque che Unilever Italia, ha firmato ieri un accordo con i sindacati confederali di settore (Flai-Cgil, Fai-Cisl e Uila Uil) molto innovativo. Il primo cucito su misura per l’Industria 4.0. Unilever ha investirà 30 miliardi di euro a livello europeo per riconventire i dipendenti alle nuove professioni o mestieri del futuro. Già applicato in alcuni paesi europei ora viene avviato anche in Italia, nella sede di Roma e nel sito produttivo di Caivano. 

La formazione però che sarà fatta in aula, ma sulla persona. Un lavoro di up-skilling e re-skilling. Come? Il progetto è in via di definizione, ma è la filosofia di fondo a essere innovativa. E forse necessaria in un mercato del lavoro in veloce trasformazione, riassunta bene in questa frase: “Vogliamo proteggere le persone perché non possimamo più proteggere i posti di lavoro”, ha dichiarato Gianfranco Chiminni, Direttore risorse umane di Unilever Italia, che ha firmato l’accordo. Ed è una scommesa anche per i sindacati, perché non tutti i dipendenti potranno essere in grado di adattarsi al nuovo lavoro (tra l’altro i robot se ne potrebbero portare via un bel po’). L’obiettivo di Unilever è quello di anticipare il futuro e mettere in grado tutti di poter mantenere il posto di lavoro o, nello scenario peggiore, ma non escluso, avere le carte a posto per una ricollocazione anche fuori dal perimetro aziendale. Unilever una cosa la dice chiaramente: è inutile investire nelle macchine se poi non hai le persone in grado di gestirle. Dunque, questa è la scommessa, le due cose andranno insieme.

Il programma riguarda tutti, da chi oggi è in fabbrica a chi si occupa di marketing. Obiettivo è preparare i lavoratoti alle nuove competenze che l’innovazione tecnologica porterà inevitabilmente con se. Innovazioni che non sono ben chiare neanche nella testa della stessa Unilever. “L’intelligenza artificiale sostituirà posti di lavoro reali – ha spiegato Chiminni, che ieri ha presentato l’accordo in una conferenza stampa dal titolo significativo ‘Umanesimo digitale, una nuova agenda per il futuro del lavoro’ – ma quello a cui noi vogliamo puntare è l’intelligenza emotiva, l’essere in grado, per esempio, di saper leggere e interpretare i dati, quello che le macchine ancora non sanno fare”.

Una scommessa, lo sanno anche i sindacati, che però si dicono certi che sia meglio essere protagonisti di questi cambiamenti, piuttosto che subirli. “Certo è un accordo importante e sfidante”, ammette Sara Pelazzoli, segretario nazionale Flai Cgil. Ma, appunto, meglio prevenire che curare. Una contrattazione “che gioca d’anticipo”, l’ha definita la Uila. Come dire agire prima che i mutamenti arrivino e gestirli con l’azienda.

La base di partenza è quella che ormai si orecchia da tempo: è finito il tempo in cui si studiava si lavorava e poi si andava in pensione. “E’ un modello che non funaziona più. Ogni due, cinque anni dovremo aggiornarci sulle nuove competenze – ha spiegato Mariano Corso, professore di Leadership & Innovation al Politecnico di Milano – alcune delle quali, tra l’altro, oggi sono ancora inimmaginabili”. La vstrada scelta con l’accordo è quella della formazione “ad personam”, che Unilever ha individuato anche come strada necessaria per rimanere competitivi sul mercato, aumentando la produttività. 


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Carlo Verdelli
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