MILANO – Con una percentuale di laureati al 18,7 per cento contro una media Ocse del 34,9% (solo il Messico alle spalle) e una spesa in istruzione (3,9% del Pil) sotto la media del 5% dei Paesi industrializzati, che prospettive retributive si aprono innanzi a chi opta per il proseguimento degli studi a livello universitario? A questa domanda risponde la nuova edizione dello University Report dell’Osservatorio Jobpricing, che parte dal ricordare quanto il rischio di disoccupazione sia inversamente proporzionale al titolo di studio: “Il tasso di disoccupazione fra coloro che non hanno titoli o arrivano al massimo alla licenza elementare (17,5%) è quasi 4 volte superiore a quello dei laureati (4,6%)”, si legge nel rapporto. “Restringendo il campo ai giovani fra i 25 e 34 anni il tasso sale proporzionalmente per tutti, con una media generale che passa dal 9,8% al 14,5%. Dal 2008 ad oggi, la laurea si è dimostrata la ‘barricata’ più solida per contrastare la crescente disoccupazione giovanile. Sebbene a un anno dalla laurea il tasso di disoccupazione non si discosti molto da quello medio nazionale per i giovani fra i 25 e i 34 anni (14,5%), a cinque anni dalla laurea si registra invece una marcata riduzione: il tasso di disoccupazione scende al 6,5% per la laurea di primo livello, al 6,8% per la laurea di secondo livello, al 6,9% per la magistrale biennale e al 7,2% per la magistrale a ciclo unico”.

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La laurea, poi, si sta dimostrando una carta sempre più importante per trovare lavoro. Se si guarda lo status degli ex universitari a un anno dal diploma, “la situazione appare in miglioramento: il tasso di disoccupazione è passato dal 26,6% del 2012 al 15,9% per i laureati di primo livello e dal 22,9% al 15,6% per i laureati di più lungo corso. Su 100 laureati, solo 16 dopo un anno dal conseguimento della laurea non trovano un posto di lavoro. Il numero si riduce a 7 dopo 5 anni”. Da notare inoltre che il tasso di disoccupazione dei neolaureati ad un anno dal titolo è in costante riduzione dal 2012 in poi (dal 30 al 40 per cento in meno a seconda del tipo di laurea).

A queste considerazioni, si aggiunge anche la gratificazione economica. “Studiare paga” è la conclusione che emerge dai dati. “Le retribuzioni medie sono decisamente più basse per chi ha conseguito una laurea triennale (29.717 euro) rispetto a chi ha ottenuto una laurea magistrale (41.629 euro) o un master di primo o secondo livello (rispettivamente 41.242 e 46.763 euro)”. Anche le prospettive di crescita retributiva durante la carriera sono più basse per una laurea triennale (25,8%) rispetto a quelle di una laurea magistrale (55%) o di un master (fino al 116,8%). Il motivo è presto detto: più è alto il titolo di studio, maggiore è la possibiltà di entrare nelle ‘alte sferè delle organizzazioni aziendali: “Con una laurea si ha una probabilità 4 volte superiore al diploma di diventare quadro o dirigente e, con un master, addirittura di 7 volte”. Se questi dati sembrano elevati, bisogna considerare che nel resto del mondo il differenziale retributivo è ben maggiore: per i giovani tra i 25 e 34 anni la differenza retributiva è del 14,1% mentre in paesi ad alta produttività come Francia e Germania è rispettivamente del 42% e del 45% e arriva al 95% in Cile che è primo nella classifica Ocse.

Venendo al dettaglio degli atenei italiani, l’Osservatorio conferma – rispetto alle edizioni precedenti – che i laureati in università private o nei politecnici hanno in media stipendi superiori rispetto a chi ha conseguito il diploma di laurea in università pubbliche. Chi si laurea al nord ha in media una retribuzione annua lorda (RAL) superiore del 3% rispetto a chi si laurea al centro e del 10% rispetto a chi si laurea al sud o sulle isole. A inizio carriera, chi proviene da facoltà come Scienze biologiche, giuridiche e fisiche incassa stipendi migliori: intorno ai 35.000 euro contro i circa 30.000 di facoltà come ingegneria chimica e dei materiali. Ma la parte restante di carriera vede ingegneri, chimici e laureati in economia correre fino ad arrivare a 61.000 euro di RAL nella maturità professionale.

Ed ecco dunque la top 5 degli atenei che promettono i migliori stipendi nell’immediato, tra i 25 e i 34 anni: Al primo posto l’Università commerciale Luigi Bocconi con una RAL di 34.856 €, Segue Luiss Libera università internazionale degli studi sociali Guido Carli (33.653 €) e sull’ultimo gradino del podio il Politecnico di Milano (32.796 €). Con un distacco minimo seguono l’Università Cattolica del Sacro Cuore (32.383 €) e l’Università degli studi di Siena (31.743 €). Ma le crescite retributive successive, fino alla maturità professionale, mettono al primo posto l’Università Cattolica del Sacro Cuore con una progressione dell’83%. Segue l’Università commerciale Luigi Bocconi (74%), e all’ultimo gradino del podio Luiss Libera università internazionale degli studi sociali Guido Carli (73%). Al quarto posto troviamo l’Università degli studi di Verona (68%) e al quinto a parimerito l’Università degli studi di Bergamo e di Brescia (66%).

Ora che le scuole sono finite e le famiglie ragionano del futuro dei ragazzi, è interessante il calcolo del “ritorno” dell’investimento universitario, considerando i costi di frequenza e vita rispetto agli stipendi promessi. Al primo posto in questa classifica si trova il politecnico di Milano (13,4 anni per ripagare la laurea), segue l’Università commerciale Luigi Bocconi (13,9 anni) e al terzo posto il Politecnico di Torino (14,3 anni). Al quarto posto l’Università Cattolica del Sacro Cuore (14,5 anni) e al quinto l’Università degli studi di Padova (15 anni).


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