MILANO – Il 29 marzo va in onda a Rozzano il terzo e probabilmente ultimo round dello scontro tra il fondo americano attivista Elliott e il colosso francese dei media Vivendi per la conquista del consiglio di amministrazione di Telecom Italia. Questo è l’epilogo di una saga fatta di discussioni e contrasti in seno al consiglio. Una storia che che prende il via alla fine del 2015: nel corso di un assemblea che doveva votare per la conversione delle azioni Tim risparmio in ordinarie, Vivendi – il gruppo che fa capo al finanziere bretone Vincent Bolloré – nominò quattro suoi rappresentanti in cda (portando il numero dei consiglieri da 15 a 19). Mentre metteva il primo piede dentro Telecom forte del 20% del capitale (oggi arrotondato al 23,94%), l’azienda francese consumava anche il primo atto di forza contro il mercato, astenendosi sulla conversione dei titoli risparmio e quindi bocciandola di fatto. Un’operazione che gli investitori – e la stessa Elliott – aspettano da oltre vent’anni.
 

Quando è iniziato lo scontro nel consiglio di Telecom Italia?

Nel dicembre 2015, quando Vivendi ha eletto per la prima volta quattro suoi rappresentanti in cda. Poi, nel corso del 2016-2017, come primo azionista di Tim, Vivendi ha potuto rinnovare il consiglio ed esprimere la maggioranza dei suoi membri. Una volta in ‘cabina di regia’ ha cambiato due amministratori delegati (prima, nel marzo del 2016, ha fatto dimettere Marco Patuano, poi nel luglio 2017 è stata la volta di Flavio Cattaneo) per nominare un manager di sua fiducia come Amos Genish. Ha cercato – senza successo – di portare avanti alcune operazioni tra parti correlate e in conflitto d’interesse, che avvantaggiavano il gruppo francese produttore di contenuti, ai danni della Telecom. Allora, ad opporsi ai piani transalpini per Telecom erano i cinque consiglieri indipendenti (della lista di Assogestioni, quella espressa dai fondi istituzionali azionisti) insieme al collegio sindacale.

Il presidente di Tim, Fulvio Conti, all'assemblea degli azionisti a Rozzano

Il presidente di Tim, Fulvio Conti, all’assemblea degli azionisti a Rozzano

Come mai il fondo Elliott è entrato in Telecom Italia?

Attraverso la Liverpool di Gordon Singer – figlio di Paul Singer, fondatore di Elliott – il fondo Usa da anni figura nel capitale ordinario e/o di risparmio del gruppo. Ma è dal marzo 2018 che ha rafforzato la sua presenza, approfittando da una parte della debole performance del titolo e dall’altra del cambio di governo. L’ascesa politica dei 5 stelle, che si sono sempre detti a favore della creazione di una rete in fibra, ha infatti accelerato le mosse del fondo, che ha investito sul gruppo per riequilibrare la governance a favore del mercato. E così Elliott ha rastrellato l’8% del capitale azionario. Dalla sua posizione, ha chiesto d’integrare l’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile 2018, proponendo la revoca di sei consiglieri Vivendi per nominare al loro posto altrettanti amministratori indipendenti di sua fiducia.

I francesi hanno cercato di evitare la sconfitta del voto sulla revoca, facendo dimettere in massa otto loro consiglieri (su dieci) per provocare la decadenza dell’intero cda. Si è resa necessaria una nuova assemblea, che si è celebrata il 4 maggio scorso. La maggior parte degli investitori, tra cui la Cassa depositi e prestiti controllata dal Tesoro (che al tempo aveva rastrellato il 4,9% di Tim), ha votato a favore della lista di dieci indipendenti indicata da Elliott. Vivendi si è così trovata relegata in minoranza nel board con cinque rappresentati su quindici, nonostante il colosso francese avesse il triplo delle azioni del fondo Usa. 
 

Dopo il 29 marzo c’è da aspettarsi nuove assemblee e nuovi scontri tra i soci?

La lite Elliott-Vivendi, iniziata nel marzo del 2018, finirà con la prossima assemblea perché nel frattempo è scesa in campo la Cassa Depositi e Prestiti, investitore istituzionale di matrice pubblica. La Cassa negli ultimi è mesi è salita al 9,9% di Telecom e già possiede – insieme a Enel – il 50% dell’operatore della fibra ottica Open Fiber. Cdp ha fatto sapere di voler gettare le basi per la costruzione di un’infrastruttura di rete in fibra: l’opzione sul tavolo, caldeggiata dal governo, portata avanti dal fondo Elliott e ribadita dall’ad Luigi Gubitosi – che lo scorso novembre ha preso il posto di Genish – è che il progetto sia portato avanti unendo le forze di Tim ed Open Fiber.

La Cdp già lo scorso anno si era affacciata nel capitale al fianco di Elliott, ma lo aveva fatto timidamente, rilevando un 4,9%, e rifiutandosi di indirizzare le sorti del gruppo: non ha espresso dei propri rappresentanti in consiglio. Con una quota vicina al 10%, invece, e in vista di un probabile matrimonio con Open Fiber che farebbe aumentare il peso della stessa Cassa, è scarsamente probabile che Cdp rinunci ad esprimere uno o più rappresentanti in consiglio.
 

E dopo aver perso, Vivendi non potrebbe chiedere una nuova assemblea?

Chiunque possiede il 5% del capitale può chiedere la convocazione di un’assemblea. Nonostante abbia paventato questa opzione, è difficile che Vivendi – nel caso di una terza ‘sconfitta’ – decida di chiedere una nuova assise, anche perché significherebbe schierarsi apertamente contro la Cdp, diventata nel mentre il secondo azionista di Tim. E’ vero che Telecom è un’azienda privata, ma opera in un business regolato e muovere contro la Cdp significherebbe muovere contro l’Italia e le sue autorità. Morale: Vivendi e Cdp, a valle del 29 marzo, dovranno trovare un compromesso, mentre Elliott verosimilmente dopo aver realizzato un interessante plusvalenza, venderà le sue quote sul mercato. Del resto, il fondo Usa è anche quello che ha il valore di carico più basso (ha mediato a 0,51 euro il prezzo di acquisto del suo 9,4%), e ha derivati che lo coprono dalle perdite (collar) in caso di uscita dal capitale dal prossimo anno.

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