MILANO – Tornano a spirare venti sinistri intorno al debito argentino. La stampa finanziaria anglosassone, dall’agenzia Bloomberg al Financial Times, è tornata a posare gli occhi su Buenos Aires: la lente si è mossa dopo che sui mercati si è visto un brusco innalzamento dei rendimenti dei titoli di Stato sudamericani. Un timore, in particolare, spiega i movimenti: il fatto che una recessione accompagnata dall’inflazione galoppante possano aprire le porte a un ritorno del populismo, dopo le elezioni presidenziali previste per ottobre.

Esemplari in questo senso gli andamenti che si sono visti nelle ultime due sedute dei mercati. E’ vero che il dollaro in rafforzamento ha provocato un contraccolpo su tutti i mercati emergenti, ma Baires ha sofferto più di altri: nota il quotidiano della City che lo spread tra i Treasury americani e gli omologhi titoli argentini ha sfiorato il 10 per cento, massimo dal 2014, mentre il peso ha lasciato sul terreno il 3 e mezzo per cento. Altro dato sintomatico: il bond secolare emesso nel 2017, quando i mercati erano al top della fiducia verso il programma di riforma di Macrì e verso lo sforzo di sistemazione fiscale sfociato poi nell’accordo con il Fmi da oltre 56 miliardi, quota oggi intorno a 70.

Aggiunge Bloomberg che se si va sulle scadenze a più breve termine, il quadro dei rendimenti è ancora peggiore: sfiorano il 20 per cento, “il che li fa rientrare in quell’area che per gli analisti è tipicamente di stress”. Nonostante i soldi ricevuti dal Fondo monetario, insomma, la paura degli investitori torna a fare capolino con l’economia in recessione e l’inflazione sopra il 50 per cento. Inoltre, la riscossa nei sondaggi di Cristina Fernandez de Kirchner dice ai mercati che dopo il voto del 28 ottobre il quadro politico potrebbe essere, dal loro punto di vista, molto meno favorevole.

La crescita del rendimento dei titoli con scadenza nel 2021, dopo le presidenziali

La crescita del rendimento dei titoli con scadenza nel 2021, dopo le presidenziali

Le possibilità implicite che il debito sovrano argentino faccia fronte a un default nel giro del prossimo quinquennio – stando a quel che gli addetti ai lavori leggono sul mercato dei credit default swap, le assicurazioni contro il rischio di fallimento – sono schizzate sopra il 60 per cento. Soltanto un anno fa erano ferme a meno di una su quattro.

Il circolo vizioso è presto servito: come ha avuto modo di sottolineare un’analisi di JP Morgan, le vendite sui mercati stanno facendo alzare il costo dei finanziamenti e di lì l’inflazione. E quando i cittadini vanno a pagare il conto in cassa, la popolarità di Macrì non ne beneficia certo. Così come non ne beneficia l’immagine del Fmi, il cui piano di salvataggio non sta certo dando i risultati sperati.

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