MILANO – Servirebbe un motore di ricerca per ritrovare la web tax, introdotta dalla legge di Bilancio per il 2019 in sostituzione di quella definita precedentemente dal governo Gentiloni. Fino ad ora, il destino delle due iniziative sembra parallelo: la prima non entrò mai in vigore per la mancanza delle disposizioni attuative e anche quella voluta da Lega e M5s pare muoversi sulla stessa traiettoria.

Con l’ultima Manovra, l’esecutivo ha voluto introdurre la tassa affidandole un obiettivo di gettito di 150 milioni per quest’anno e 600 milioni per il prossimo. Si ricorderà, per altro, che non sono mancati i dubbi sulla realizzazione tecnica della tassa. Infatti, oltre a colpire i giganti del web, l’imposizione rischiava di ricadere sugli editori tradizionali, che hanno espresso tutta la loro preoccupazione e lo stupore per quella che si sarebbe configurata come una doppia imposizione, in aggiunta al prelievo ordinario. Dubbi e timori pienamente condivisi dai tecnici.

Ricorda un recente studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, diretto da Carlo Cottarelli, che l’Imposta sui servizi digitali – così come delineata nella Manovra – prevedeva un’aliquota del 3 per cento ai ricavi delle società che forniscono servizi digitali e realizzano un fatturato annuo superiore ai 750 milioni di euro (di cui almeno 5,5 milioni in Italia). Il testo della legge definiva solo in modo generico quali fossero i “servizi digitali” rilevanti – con i rischi di effetti distorsivi sopra descritti – e anche per questo motivo rimandava a un decreto attuativo da emanare da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze, di concerto con il Ministero dello Sviluppo Economico e dopo aver consultato Agcom, Agid e Garante per la privacy. “Il termine previsto per l’emanazione del decreto attuativo era il 30 aprile scorso, ma a due mesi dalla scadenza nessun documento è stato ancora approvato”, ricorda Edoardo Frattola dell’Osservatorio.

Considerando la previsione di incassare 150 milioni nel 2019 e 600 nel 2020, è plausibile che la stima per quest’anno fosse di una imposta a regime solo nell’ultimo trimestre (un quarto del valore complessivo annuo). Ma, ragiona l’Osservatorio, per essere pronti a ottobre sarebbe necessario il decreto entro fine luglio, visto che le disposizioni si applicano a partire dal sessantesimo giorno successivo alla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale.

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L’atteggiamento del governo – però – sul punto sembra esser cambiato. Anche Carla Ruocco, presidente della Commissione finanze alla Camera del M5s, in una recente intervista ha ricordato come sia auspicabile che sia tutta l’Europa a muoversi compatta sulla tassazione del web, per quanto i piani della Commissione procedano con tempi molto lunghi e l’accordo tra Paesi sia sempre messo in discussione. Ruocco ha anche riconosciuto che una fuga in avanti dell’Italia avrebbe avuto un effetto negativo sulle nostre imprese.

Resta però aperta la partita dei conti pubblici, in una fase – come sappiamo – già delicatissima per la ricerca degli equilibri dei saldi e di risorse aggiuntive da portare sul tavolo dell’Unione europea. Per dirla con l’Osservatorio, “resta un mese di tempo per evitare un buco di bilancio contenuto nel 2019, ma che potrebbe allargarsi dal prossimo anno”.

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